Racconti a passeggio

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Racconti a passeggio

Questo racconto è dedicato alla mia nipotina Alessia, di sette anni, ma anche a tanti altri bimbi come lei, oltre che a tutte le persone che vorranno provare a condividere i miei stati d’animo regalati alla vita, all’osservazione e al puro gusto di osservare, ascoltare, per sentirsi vivi e partecipi del fiume della nostra vita storica e sociale

La storia si svolge nella mattinata del 19 gennaio 2021, temperatura 0°, un sole limpido, il cielo azzurro, una bimba che studia ogni giorno a casa con la sua mamma, perché abbiamo deciso di risparmiare questa anima di Dio alle storture psichiatriche della scuola di questi tempi.

Nel percepire la particolare energia della giornata, propongo di fare una lunghissima passeggiata in campagna, io e Alessia, insieme.

Vestiti di tutto punto, per affrontare la temperatura rigidissima, usciamo di casa e subito le scarpe iniziano a pattinare sul ghiaccio, stratificato e lucente, specie nelle zone ombrose.

Alessia è spaventata dalla mancanza di attrito, con queste gambette, che partono ora a destra ora a manca, mentre io, nonostante i miei due metri, esperto sciatore e pattinatore, mi diverto a far vedere come ci si prepara a cadere senza farsi male.

La bimba si tranquillizza un poco, ma resta sempre titubante, comunque proseguiamo.

Siamo partiti in quarta, a passo celere, cercando di scansare le zone di strada ghiacciata, perché davvero è come il vetro.

Proseguiamo.

La strada in questione è una stradina di campagna, che lascia Altamura gettandosi verso Sud.

Ma voglio raccontare qualcosa di questa stradina, che mi è molto familiare.

Dovete sapere che, sin da bambino, ho sempre amato la Natura, le passeggiate, le avventure, e che, quindi questa strada mi ha visto un’infinità di volte percorrerla in bicicletta, di corsa, in tutti i modi, per uscire da Altamura e recarmi al sole, in mezzo ai campi, alla vista delle Montagne del Massiccio del Pollino e della Sila, che sono da sempre nel mio cuore e, in mezzo alle quali, ho percorso molti itinerari di avventura e di arrampicata.

Quindi, per me, la stradina di campagna in questione è come una pista, che idealmente decolla verso questi luoghi incantati, ma molto lontani da raggiungere.

Questa strada è una strada che ha delle particolarità, in quanto è una strada che origina, praticamente, dal centro della città, nella zona alta di Altamura, che si innalza su di una collina di quasi cinquecento metri sul livello del mare, lì dove si erge la famosa Cattedrale edificata da Federico II di Svevia.

La strada si chiama Via Pietro Colletta, nasce dall’inizio del Corso Federico e scende fra i caseggiati, dirigendosi verso le campagne.

Pietro Colletta è stato un patriotastorico e generale italiano, nato a Napoli il 23 gennaio 1775 e morto a Firenze l’11 novembre 1831.

Un aspetto curioso di questa strada altamurana intestata a Pietro Colletta è che la gente ha sempre chiamato Via Colletta “la vi du legh”, la via del lago, del fiume, in quanto questa strada, quando piove, raccoglie le acque reflue della parte alta di Altamura e le convoglia a tutta velocità nella stradina di campagna che io e Alessia oggi percorriamo.

Il fenomeno di questo fiume, che ripetutamente si crea durante la pioggia, è davvero portentoso, in quanto se piove forte, il corso d’acqua diventa gigantesco, tanto da spostare le automobili e travolgerle.

In campagna, poi, il fiume piovoso è talmente alto e veloce, da trasportare di tutto, praticamente tutto ciò che trova lungo il suo decorso e che può essere posto in movimento.

Infatti, lungo la strada, a suoi argini, è possibile osservare oggetti di ogni genere, che restano ancorati a cespugli e pietre, a ricordare che cosa periodicamente accade in quei luoghi.

Quindi, bottiglie, barattoli, ombrelli, qualunque genere di oggetto si dispone ai lati della stradina, come in un museo della memoria degli usi e costumi di Altamura, ma, direi, anche degli abusi.

Curiosamente, in italiano, il suono “colletta” significa raccolta, dunque nulla di più indicato, anche se è il cognome del personaggio storico, affibbiare l’eponimo Colletta ad una strada che “raccoglie” le acque della città.

Nemmeno a farlo a posta.

Io ed Alessia, a passo spedito, continuiamo la nostra trasferta campagnola.

Generalmente, vado in questa stradina per correre a camminare a passo svelto, e le automobili sporadiche non hanno mai rallentato, mentre mi sfioravano veloci.

Ma, oggi, è accaduta una cosa straordinaria: tutti i conducenti che abbiamo incrociato hanno rallentato quasi a passo d’uomo, mentre io li ringraziavo, un poco sbalordito, ma, devo dire, molto contento.

La mia bimba avanza impertèrrita, un po’ dietro di me, un po’ avanti, un po’ affianco, con le braccia che, alternate, tagliano l’aria ghiacciata.

Alessia è felicissima, ma inizia a stancarsi e noi siamo a quattro chilometri da casa, si lamenta, sino a ribellarsi.

Ci siamo: è arrivato il momento dell’ammutinamento, come con Cristoforo Colombo, con le Caravelle, alla scoperta dell’America.

Bisogna motivarla.

Manca ancora un chilometro al punto predestinato come arrivo, ma poi c’è tutto il ritorno.

Occorre inventare qualcosa.

Alessia deve imparare il sacrificio per un grande motivo, fermo restando che io so che lei ce la fa, perché è una bambina fortissima.

Allora, invento una storia: bisogna portare un rimedio omeopatico salvavita ad un bimbo che si chiama Jonathan che, altrimenti, morirà, senza il nostro aiuto.

Alessia trova la forza, ogni tanto si lamenta, chiede spiegazioni più approfondite, ma continua a camminare e, ad un certo punto, dimentica la fatica e mi dice di sentirsi un “raggio di Sole”.

Altri cinquecento metri, siamo arrivati.

Il bambino Jonathan è effettivamente un uccellino posato sul nido, su di un grande albero che ci sovrasta.

Alessia è soddisfatta, stanca, ma con una luce particolare negli occhi, tanto da sgambettare e intonare canti, mentre si mette a ballare.

E’ fatta. Ora c’è il ritorno.

Tentennamenti, piccole ribellioni, ma tanta tanta energia soltanto da indirizzare nella direzione giusta.

Alessia ha sete, le spiego che si beve al ritorno a casa.

E nel frattempo si cammina.

“Nonno, fammi andare avanti”.

Lungo la strada del ritorno, passiamo nuovamente sotto un ponte, che, al suono delle nostre parole, attiva strani e singolari giochi di eco magiche.

Sembra il noto effetto acustico del Voltone del Podestà a Bologna.

Alessia ad un lato della strada sotto il pilastro del ponte, io dall’altro lato…parole bisbigliate si odono chiaramente dall’altra parte.

La bimba è sconvolta dal fenomeno, io sono contento di questo gioco, che proietterà la nostra passeggiata nell’eternità.

Continuiamo.

La strada è ora in salita, ma Alessia ha ormai una particolare resistenza. E’ fatta.

I primi caseggiati si vedono all’orizzonte.

Ed ora viene il bello.

Sul ciglio della strada, oltre il costòne laterale, in mezzo ai rovi secchi, vi è una stele di pietra, che conosco da quando ero bambino. Ricordo la pria volta che la scoprìi.

E’ una colonnina di pietra, bruna e ricoperta e di licheni, gialli, arancioni, a forma di coccarda.

Oggi la luce del sole agevola la lettura di alcune scritte scolpite su di essa.

QUI

PER MINA NEMICA

ORRIBILMENTE STRAZIATI

VOLAVANO AL CIELO

UNITI ANCHE IN MORTE

DISABATO GIOVANNI

FU MICHELE

CORNACCHIA MARIA

FU SAVERIO

IL 22 – 9 – 43

MENTRE I TEDESCHI

E non si legge altro, perché uno strato di terreno si è accresciuto negli anni ed ha coperto la parte bassa della pietra.

Io spiego ad Alessia che cosa era accaduto in quell’orribile giorno ricordato dalla stele.

Una mina, lasciata nel terreno, era stata toccata dai piedi di Giovanni, di Maria, e l’esplosione li aveva orribilmente uccisi.

Una mina terrestre è un ordigno esplosivo, utilizzato generalmente in ambito militare, che viene posizionato sul terreno o sottoterra, dotato di una carica esplosiva e che viene azionato dalla pressione di un veicolo, di un piede che vi passano sopra o da fili da inciampo.

Le mine hanno ucciso una moltitudine di persone in passato e continuano a farlo anche oggi, in tutte le situazioni belliche del Mondo.

Alessia ascolta attentamente ed è molto molto meravigliata.

Chiudo gli occhi, e sento l’esplosione, l’ultimo respiro, le urla, l’amore di Giovanni e Maria, la loro vita, lo sgomento della gente dell’epoca, il rumore dello scalpello di chi ha realizzato, a mano libera, la scritta intagliata, che porta la memoria dell’accaduto, sento le sue lacrime trattenute, e trasformate nella solenne precisione della scritta, che oggi   possiamo leggere e incorporare nel nostro DNA, a ben settantasette anni da allora, ma, ahimè, in una situazione peggiore di quella in cui la vita è stata tolta così atrocemente  a tante persone come Giovanni e Maria.

Vorrei togliere la terra che copre parte della scritta sulla stele, ma andrebbe fatto come Cerimonia pubblica, e penso che il Sindaco non sia della mia “razza”.

Per il momento, abbiamo tolto, io ed Alessia, i rovi che coprivano la stele e l’abbiamo offerta alla luce del”Sole”.

Esattamente in questo momento, si ferma una macchina, con un signore anziano alla guida, che ci chiede se sapessimo di che cosa si trattasse, cioè che cosa era quella pietra.

E poi ci spiega che i suoi genitori avevano visto che cosa era successo. Aggiunge che morì anche l’asino che accompagnava la coppia.

Ed io rifletto, e penso al senso della cattiveria dell’uomo.

E’ inevitabile che rifletta sul senso della cattiveria delle vicende di questo periodo, che distribuiscono altri tipi di mine, che attentano alla vita di ognuno di noi, sul più bello, mentre camminiamo per strada, mentre guidiamo, mentre lavoriamo, con una violenza ben più sottile di quella di una mina, o forse identica, nascosta, celata da falsi intenti, oscura ed esplosiva all’interno di ciò che potrebbe essere una vita normale.

Ma non basta.

Voglio spiegare perché ho voluto scrivere questa storia.

Il racconto serve prima di tutto a me per provare a me stesso che ho ancora la forza di dedicare il mio tempo agli altri.

Poi serve alla mia amatissima Alessia, che è stata invitata a raccontare, anch’ella, la storia che ha vissuto, per abituarla a non dare nulla per scontato.

Poi serve a tutti i bambini, perché imparino che, senza sacrificio, non si riesce ad ottenere nulla di importante, perché la vita funzione in questo modo.

Perché Jonathan si è salvato grazie ad Alessia, più che a me, perché il maggiore sforzo lo ha fatto Alessia.

Mentre percorrevamo la stradina, in vari punti, si udiva lo scorrere dell’acqua, che in quei luoghi sgorga da antiche sorgenti.

Una volta, quando ero bambino, a queste sorgenti era possibile dissetarsi, ma adesso sarebbe una follia, perché le acque sono piene di sostanze anomale derivanti dall’attività agricola e dalle piogge strane.

E penso che questo fenomeno assurdo corrisponde al grande fenomeno dovuto ad un interesse spropositato dell’industria chimica per la vita in tutti i suoi aspetti, con il solito intento di trarre profitti e di speculare sulla grandezza e sulla bellezza della vita sul Pianeta Terra.

Quello che ci stanno facendo accadere adesso è il gesto più estremo intonato sulla follia di cui parlo, ma non parlo della rassegnazione, bensì parlo della speranza e del sacrificio, che come quello di Alessia, in questa lunghissima camminata, condurrà ognuno di noi alla soddisfazione di aver salvato il piccolo JONATHAN!

Altamura, 19/gennaio/2021.                                  salvatore rainò

3 COMMENTI

  1. Ma che bellissima e commovente storia!
    Alessia deve imparare cosa sia il sacrificio e che senza di esso nella vita non si raggiunge nulla di buono, ma a parere del sottoscritto, gli adulti DEVONO IMPARARE cosa sia l’amore per il prossimo, DA UNA BAMBINA DI NOME ALESSIA!
    Se la piccolina non avesse avuto amore verso una creaturina (non so se Alessia sapesse che Jonathan fosse un uccellino), io credo che poichè era stanca, non avrebbe fatto un solo passo in più!
    Però, nel sentire che una vita era in pericolo e che se non avessero continuato, lei ed il nonno, Jonathan sarebbe sicuramente morto, ECCO CHE RIPRENDE A CAMMINARE, lamentandosi, ogni tanto, MA VA AVANTI!!!
    Capito il monitivo per cui un giorno nostro Signore Gesù Cristo disse che se non diventiamo come piccoli fanciulli non entreremo punto nel Regno dei Cieli???

  2. Davvero amorevole e coraggiosa questa bambina!
    A mio avviso, dà diversi punti a parecchi adulti: infatti ha dimostrato di preoccuparsi per Jonatham e poichè nel suo cuoricino di bimba di 7 anni non c’è odio, egoismo, rancore ecco che, sebbene stanca, nel sentire che una vita si sarebbe spenta se non avessero continuato la camminata, ha continuato, con il nonno, a camminare!
    È vero, ogni tanto si lamentava, MA HA CONTINUATO A CAMMINARE!!!
    Il fatto che Jonatham doveva essere salvato, LE HA DATO FORZA!!!
    Bravissima Alessia, come già scritto sopra, hai dato una lezione di altruismo a tantissimi adulti!!!

  3. Ecco, a mio modesto parere, cosa dovremmo imparare da una bambina di 7 anni: lo spirito di adattamento, la voglia di vivere e l’amore per il prossimo!
    È bastato che il nonno, il grande e mitico dr. Salvatore Rainò, le dicesse che se non proseguivano il bimbo Jonathan sarebbe morto, per che Alessia trovasse la forza per andare avanti!
    Sempre a mio modesto parere, è normale che una bimba di 7 anni ogni tanto si lamentasse, MA HA CONTINUATO a camminare!
    Bravissima Alessia: sei un tesoro di bambina che, sebbene hai 7 anni e secondo il mio parere, hai dato una grande lezione di come agite voi bambini nei confronti di certe situazioni e hai dimostrato un grande amore per il prossimo!!!

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