Memorie

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Memorie

Questa parola, così nella bocca di tutti, come in altri casi, è tanto diffusa quanto da scoprire. Si tratta di una parola che, come poche altre, apre dei mondi ai quali occorre accedere con le stesse regole che essa stessa dischiude.

Memoria si riferisce sempre a qualcosa da riprendere, in qualunque ambito, in qualunque situazione. Quanto siamo precisi nel riferirne, nel riportarne il senso, nel goderne appieno del suo utilizzo?

Per comprendere che cosa può significare il termine memoria, dovremmo accedere proprio ai significati possibili e facili da comprendere nell’immediatezza della percezione del suo suono. Memo, fermare qualcosa per ricordarla. Ma come fare, quali le regole, che cosa c’è dietro al mondo misterioso della memoria?

La memoria può essere retrograda o anterograda, a seconda che riguardi ciò che è passato o quello che si deve fare.

La  memoria può essere visiva, uditiva, situazionale e di mille altri tipi. Memoria storica è  quella degli eventi. Memoria  elettronica è la capacità di ritenere dei dati. Mille memorie, mille applicazioni.

Materiali “memoria” sono quelli che conservano la forma, pur modificati dall’esterno. In questi casi si parla anche di isteresi, che è la relazione fra applicazione di una forza e le modalità di deformazione e i tempi in cui si effettua.

Avere una buona memoria significa avere la capacità di conservare il ricordo di alcune informazioni. Potremmo continuare a lungo a parlare di tutto ciò che la memoria può “ricordare”.

La memoria è tutto quello che non si riesce a dimenticare o che si riesce a ricordare.   Una caratteristica centrale della memoria è la capacità di restituire alla percezione quello che la percezione ha consentito.

Questa percezione ha però varie modalità di essere intesa, in entrata e in uscita. Voglio dire che per essere memorizzata una esperienza di qualunque genere serve una predisposizione che può essere l’attivazione di alcuni circuiti o l’azzeramento di altri. Potremmo immaginare dei flussi di dati in tantissime direzioni, cioè diametri di una circonferenza, con tanti sensi, cioè vettori di percorrenza. Una specie di caos globale, all’interno del quale non sia possibile porre in evidenza uno solo di questi diametri e tanto meno il senso.

Con il linguaggio della fisica e della chimica, potremmo dire che si tratta di una situazione di massima entropia. L’entropia è il livello di disordine molecolare, ma non solo. Entropia è l’attitudine a non ordinarsi.  L’ordine dipende dalle caratteristiche intrinseche di una dimensione, dalle variabili capaci di interagirvi, dagli strumenti di osservazione impiegati, dal tempo di osservazione stessa.

Per esempio, la temperatura può influenzare parecchio l’entropia, dato che il riscaldamento aumenta il grado di disordine molecolare, come, invece, avvicinandosi allo zero assoluto, si raggiunge quasi la stasi, sino alla configurazione strutturale capace di consentire effetti particolari come la superconduzione.

In elettronica, il magnetismo, un campo elettrico, oppure effetti elettrostatici possono condizionare parecchio il funzionamento della memoria di un circuito.  Molte delle anomalie di dispositivi elettronici di vario genere dipendono da questi fattori.

Se nel disordine, nella pluridiametralità, interviene un ordine, cioè una polarizzazione, questo già significa che possiamo parlare di memoria. Ma non basta. Si pensi alla struttura atomica della tormalina, che presenta un peculiare allineamento delle molecole, in modo da permettere il passaggio della luce o della corrente elettrica in modo orientato. Insomma, procedendo nel parlare della memoria, è inevitabile esprimere l’importanza dell’ordine molecolare, di un criterio di selezione, che individua una regola attraverso la quale può essere ordinato l’attraversamento di un materiale in un senso o al suo contrario.

Facciamo un esempio: è come osservare i detriti trasportati da un fiume in piena, che, lungo gli argini, ha lasciato una traccia risultante dall’interazione della fora forza dell’acqua e la forma degli argini stessi.  Proviamo ad immaginare che l’acqua possa tornare indietro, per restituire ogni oggetto, al contrario di come lo ha sedimentato. Questa è una memoria.  Nei circuiti elettronici, un flusso di energia elettrica, o un vero e proprio segnale vengono ad attraversare il materiale strutturato in un senso e poi nel senso contrario. Questa è la memoria. Esistono anche dei trasduttori, cioè dei trasformatori di effetto, che consentono di intermediare questo processo in modo utile con l’osservatore o con un ennesimo circuito attraverso il quale prosegue un processo di identificazione dell’informazione.

Ma non fa la stessa cosa il nostro pensiero, quando restituisce alla realtà una fetta di mondo immagazzinata in precedenza? Ebbene, ancora una volta, esiste un flusso che entra in un sistema  ed un flusso che ne esce, secondo regole di biunivocità, eventualmente processabile con altri meccanismi, che rendano più precisa l’utilizzazione del processo globale, a seconda delle situazioni.

La memoria è sempre un viaggio andata – ritorno. Cambiano le situazioni, ma il concetto di base applicato è sempre lo stesso.

Una immagine molto bella della memoria è la storia dei luoghi, che restituiscono quello che hanno raccolto nel tempo, a patto che non vi siano interventi scombinati che ne alterino la dinamica naturale depositata naturalmente in tal senso. Per esempio, quando da secoli una vallata è conformata in un certo modo, anche se piove molto, non si verificano danni alle abitazioni a valle. Però interventi veloci, estemporanei, che alterino la stratificazione morfologica concessa dal tempo, possono determinare flussi di acqua capaci di apportare danni che non erano contemplati dalla memoria storica dei luoghi.  Che cosa è accaduto?   Una mutazione improvvisa che ha interferito con i segnali rappresentati dalle conferme del tempo e l’integrità del territorio garantita dalla restituzione delle memorie. In questo caso, la polarizzazione è l’assestamento della natura del territorio con la convenienza della sua risposta nel tempo. La memoria garantisce sempre una prevedibilità della risposta agli eventi. Gli stimoli rappresentati dagli eventi dipendono dalla memoria: ciò è anche vero in altri ambiti della memoria.

Spesso, la memoria si identifica con il concetto di automatismo, ma questo è un altro discorso. Infatti, non sempre l’automatismo è garantito dalla memoria, almeno non nella misura in cui potremmo aspettarcelo.

Una condizione di memoria particolare è quella degli hardisk dei computer, che tramite la polarizzazione delle molecole del silicio, permettono di depositare le così dette memorie all’interno delle matrici. Tale meccanismo non è possibile senza l’interazione con campi magnetici appropriati che servono a facilitare lo slittamento di lacune molecolari in una direzione o in un’altra, fatto che, intrinsecamente, è la memoria.

L’aspetto più affascinante è che tutto ciò avviene nell’invisibile, insospettabile agli occhi dell’osservatore che non crederebbe mai al mondo che si muove tra le molecole, a livello microscopico. Molti di noi non sono abituati a pensare che le cose possano avere dei substrati così difficili da obiettivare. In fondo, anche i nessi fra gli eventi di un area geografica  e le cause profonde che li hanno determinati sono invisibili, nel senso che sono di difficile comprensione immediata.

Anche i supporti rigidi, come le chiavette per memorizzare dati, sono in grado di garantire flussi biunivoci che rappresentano la registrazione di un dato e la sua rievocazione. Vale la pena a questo punto introdurre la regola delle tre erre: registrazione, ritenzione e rievocazione di un dato. Sono tre momenti, attraverso i quali si svolge la memoria nel suo divenire, ma sono fasi delicate e sensibilissime a mille fattori.

Per memorizzare qualcosa serve il silenzio nei diametri che non servono. Se portiamo il tutto nei vissuti, serve dimenticare per ricordare. Per memorizzare il contenuto di un libro, bisogna evidenziare la traccia del ricordo, tramite sottolineatura, ponendo sullo sfondo tutto il resto. La memoria è fatta dunque anche di elisione. Per i processi cognitivi, occorre selezionare l’attenzione sul capitolo che interessa, perché è impossibile ricordare tutto. Questa sfumatura del saper dimenticare non solo è necessaria nel frattempo che si memorizza, ma, molte volte, è indispensabile per poter avviare un processo di memorizzazione. Stiamo parlando della formattazione, che molti conosceranno perché la effettuano sui supporti di memoria del personal computer, prima di poter avviare la memorizzazione di un file. Una conferma che è necessario dimenticare per ricordare.

E’ singolare considerare che siamo giunti a parlare del contrario della memoria, che non è esattamente l’amnesia, ma invece è la preparazione dei supporti per accogliere i dati di memoria. Non si parla facilmente di questo meccanismo. Eppure è questo l’anello mancante per risolvere molti problemi di memoria, sia nella vita che nei circuiti.

Un’altra possibilità è quella di utilizzare un circuito di risonanza che consenta un flusso continuo, attraverso il quale le informazioni vengano traghettate continuamente da una sorgente ad una base ricevente. In questo caso, si ha uno spostamento di informazioni che vengono a modificare di continuo la situazione della sorgente e possono anche creare un modello di osmosi informazionale, cioè di spostamento sino all’equilibrio di dati fra due stazioni in comunicazione.

Giungiamo infine alla memoria dell’acqua, secondo cui l’acqua conserverebbe informazioni dei soluti in essa disciolti, anche oltre un livello di diluizione tale da non lasciare traccia del materiale in esame. L’argomento è in grado di accendere le dispute più accese, ma non sono meravigliato, sulla scorta della aberrante differenza di ispirazione dei fronti in questione. L’argomento conteso richiede conoscenze teorico-scientifiche che sono appannaggio per ambiti molto ristretti della società e che, paradossalmente, risiedono in posti diversi da quello che notoriamente sarebbe l’ambito degli utilizzatori di tale concetto, i medici.

Personalmente sono convinto che questo tipo di disguido si verifichi per molti altri settori del sapere, come ad esempio quelle delle trasmissioni, ove tutti ne utilizziamo l’utilità ma pochi sono a sapere come fare e perché.

Personalmente sto lavorando su modelli sperimentali che da una parte provino l’efficacia clinica delle applicazioni della memoria dell’acqua, ma dall’altra innestino i modelli sperimentali su fatti già standardizzati dalla scienza consolidata, in modo da utilizzarli da apripista per condurre al riconoscimento della validità della sua estensione a modelli innovativi.

Ho molti elementi di certezza per poter dire che la memoria dell’acqua non meraviglia gli esperti di fisica, mentre comprendo che i sistemi per vagliare la validità delle affermazioni in tal senso finiscano tra le mani di chi, pur potendosene giovare non ha l’addestramento all’uso di tali concetti e nemmeno la preparazione di base per poterne comprendere il modello fisico.

Il problema di molte conoscenze scientifiche sta proprio nella dislocazione dei saperi in ambiti così distanti da non riuscire a comunicare. Tale è stato spessissimo il destino della scienza, che ha comportato la dispersione di opportunità preziose per il progresso della qualità della vita e delle conoscenze. Si aggiunga, che troppo facilmente ammettere alcune innovazioni conoscitive porrebbe in grave discussione equilibri precostituiti, che dovrebbero mettersi in discussione ed aggiornare tutto anche il proprio indotto finanziario e, non dovrebbe più meravigliare, che l’essere umano non ha una grande propensione a ciò.

L’importanza delle mie ricerche consiste nel promuovere un cambiamento di direzione dal versante anatomo-funzionale a quello bioinformatico e nell’incentrare l’attenzione degli studiosi della vita sulla possibilità di lavorare su regolazioni possibili soltanto se si accetta l’idea che molte memorie dell’organismo non sono altro che memorie dell’ambito molecolare dell’acqua in esso contenuta.

Un cambiamento dei paradigmi costa quanto costa un ritardo nella sua attuazione, ma soprattutto è necessario comprendere che tutti i problemi che non riusciamo a comprendere potrebbero avere delle soluzioni se solo accettiamo di guardare le cose in un modo nuovo.

L’ostinazione nel voler contrastare il numero enorme di evidenze scientifiche a favore della memoria dell’acqua sembrerebbe denunciare anche una vera e propria malafede, spiegabile in parte con i meccanismi già citati, in parte anche con una strana forma di opposizione che nasce spontanea ogniqualvolta l’umanità si affaccia sui nuovi panorami del sapere.

L’innovazione può anche spaventare, a causa dell’incapacità di essere flessibili e disponibili a rivedere gli schemi del passato.

Pochi sono gli uomini capaci di ammettere di avere un piede nel passato e uno nella sua negazione.

Auspico l’evoluzione dei saperi attraverso la conquista di un senso della continuità di specie che ponga l’uomo di fronte alla responsabilità del suo futuro.

 

1 COMMENTO

  1. Un cambio di paradigma rappresenta un punto di discontinuità.

    Per quella che è la mia esperienza richiede: Consapevolezza, Energia, Coraggio.

    Consapevolezza di se stessi, introspezione e attenzione ai propri processi mentali ed, in partcolare, al carico di “bias” di cui non ci rendiamo più conto e che condizionano (guidano?) pensieri, giudizi, comportamenti.
    Consapevolezza della relatività del Sapere. Accettare la possibilità che quella che si ritiene una Verità scolpita nel marmo, ferma ed immutabile, possa essere solo uno di tanti modelli interpretativi della realtà. E non necessariamente il più utile/accurato.

    Energia e Coraggio, per uscire dalla “comfort zone” delle proprie convizioni ed esplorare l’inesplorato.

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