Intrecci

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Quali specializzazioni?

 

L’inscindibilità dell’essere richiede un’approccio alla persona intera e della persona nella sua interezza dovrebbe interessarsi il Medico.

La frammentazione del sapere e la sua capillarizzazione nei sentieri di ricerca del biologico non appartiene al mondo della clinica se non per quanto può supportare le conoscenze del Medico e fornirgli la “sicurezza” dei motivi per cui egli opera una scelta di carattere diagnostico e terapeutico.

Il dinamismo della persona umana però supera la dimensione biologica e si anima di aspetti trascendenti che scalzano la matematicità dei sistemi scientifici ed entrano nel fluire della vita, scivolano lungo le variazioni del tono dell’umore e si inerpicano sulle difficoltà del quotidiano e… la goccia cava il marmo, l’organico si impregna del funzionale e l’energia sfocia nella materia come un fiume si versa nel mare dopo aver corso a lungo attraverso i vissuti dell’esistenza quotidiana.

Il concetto di clinica che si riferisce all’osservazione del malato che giace nel suo letto (dal greco “clino”: sono adagiato nel letto) viene profondamente rivisto in un’ottica olistica e così il letto in cui giace il paziente nella staticità della malattia  si trasforma nel letto, l’alveo ove corre lo sviluppo dinamico della persona come un fiume.

All’osservazione clinica così come é talvolta intesa si sostituisce un abile affiancamento della persona del Medico che non valuta più in una sezione trasversale bensì in una sezione longitudinale, e perciò fluida, gli aspetti che esprimono il paziente e la sua sofferenza.

Non quindi la visita formale e severa del Clinico di spicco, ma l’accostamento amorevole e comprensivo dell’uomo-medico che cerca di condividere i nessi che sospendono il paziente fra vissuti e patologia.

Ciò che caratterizza la figura del terapeuta e gli conferisce la dignità che lo contraddistingue é l’intenzione terapeutica.

L’intenzione terapeutica é un “atto d’amore”. Intentio, in latino, significa sforzo, tensione, volontà.

Tutta questa energia é volta al conseguimento del benessere dell’altro.

La donazione dell’interezza del proprio essere alla comprensione della problematicità del paziente diventa il canale di comunicazione utilizzato dal Medico.

Il paziente avverte il bisogno di affidare la propria sofferenza al Medico ed il Medico é disposto ad accogliere l’altro nonostante le difficoltà che egli gli pone.

L’amore é l’unica energia che può veicolare i mezzi terapeutici. Anche la più fine terapia e quella più  scientificamente avanzata non sortiranno effetti veramente positivi se non verranno mediati dalla forza dell’amore.

L’amore pervade ogni atto terapeutico.

In verità pazienti lo sono sia il paziente vero e proprio che il Medico. Infatti condividono in misura differente e spesso in momenti diversi un nucleo comune di sofferenza.

Senza tale condivisione i due parlerebbero lingue differenti e non si comprenderebbero.

La solitudine del paziente nella sua sofferenza può essere varcata soltanto dal Medico che “comprende” cioè “coglie insieme”, vale a dire condividendo il dolore della persona ed il modo in cui la persona lo vive materializzandolo nella  sua malattia.

Il Medico dovrà ripercorrere a ritroso il cammino che le emozioni e gli incidenti hanno realizzato per sviluppare la malattia stessa.

Così ci si sposta dai piani materiali per i quali il paziente crede di soffrire alla profondità dei motivi che hanno determinato realmente la perdita dello stato di salute.

Soltanto una persona profonda, che ha sofferto, Medico oppure no, potrà contare di poter aiutare l’altro che decide di rivolgersi a lui e di aprirgli, in codice, il nucleo della sua sofferenza.

L’amore si ciba di ascolto. E’ come se l’amore non possa ardere in assenza dell’ossigeno che l’ascolto rappresenta.

L’ascolto materializza il silenzio del Medico che fa il vuoto in se per consentire al paziente di attraversarlo ponendosi in contatto con l’energia guaritrice dell’universo.

Il Medico cresce nella gioia di poter mediare i fatti del “cielo” con quelli della “terra”, il macrocosmo ed il microcosmo, l’invisibile ed il visibile e così realizza la sua attitudine progettuale, raggiungendo l’alto scopo cui la sua esistenza é destinata.

La certezza del “sapere” va arricchita e riempita di tutto il suo significato. In latino sapere significa conoscere, aver intelligenza di, esser saggio e poi anche capire, aver sapore e gustare, sentire il sapore.

Sorge spontaneo chiedersi di quale sapere o di quale sapore é investita la professione medica nel momento in cui l’atto medico si concretizza nelle cure destinate a chi soffre.

Scienza é l’atto del sapere, l’avere conoscenza di qualche cosa e lo scienziato é l’uomo che sa, che opera un procedimento di conoscenza.

Conoscere una persona e farne oggetto di scienza significa penetrarvi e non aderirvi, significa comprenderne i mutamenti dinamici miscelati di attitudine reattiva ed accadimenti obiettivi.

La condizione di salute dipende dalla risultante fra atavico e possibile quanto la condizione di malattia.

E’ talmente inestricabile l’intreccio di biologico e vissuti in termini psichici ed animici, che non ha né può avere mai senso un approccio “scientifico” alla patologia che non sia procedimento profondo di conoscenza della persona nei suoi dinamismi evolutivi.

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