ANNO DUEMILA

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La mia vita

 

 

 

Ho sempre detto che fare il medico significa prendersi cura di chi soffre.

Fin dalla prima volta che ho usato  questa espressione, ho provato dentro di me il bisogno di definire meglio il significato della professione medica, dell’essere medico, del vivere da medico le stesse cose che vivono tutti in fondo, ma forse in modo diverso.

Ho scelto tanti anni fa di diventare medico, non facilmente perché ricordo che avvertivo enorme la responsabilità di intraprendere una strada così lunga e che forse non avrei avuto la capacità di percorrere per intero e nel modo giusto.

Mio padre era medico e rappresentava per me il modello ideale di medico e di uomo.

Ricordo quando ero ammalato e lui mi si avvicinava silenzioso ed attento, mi osservava, posava le sue mani su di me, mi auscultava e poi con tono molto rassicurante decideva il da farsi.

Ricordo la figura di quest’uomo al quale volevo tanto bene che quando si prendeva cura di me riempiva ancora di più di amore quel rapporto fra padre e figlio, un figlio tutto teso a crescere verso il futuro portandosi il meglio del suo passato come modello e come sicurezza nei momenti di indecisione.

Ho sempre avvertito che presto avrei dovuto fare da solo e mi ritrovavo più facilmente di quanto si possa immaginare a proiettarmi verso la mia autonomia e verso la dedizione a tutte quelle persone, e sono ormai varie migliaia, che ho già incontrato e cercato di aiutare nella mia vita.

Mi rendo conto che ho sempre considerato la vita come servizio agli altri, come gioia profonda di chi sa che può disporre delle proprie ricchezze per aiutare gli altri.

L’amore per l’immensità e per tutto ciò che poteva evocarla è stato sempre una nota principale del mio essere e mi ha dato  la forza, anche quando era davvero difficile, di stringere i denti e di andare avanti in mezzo a rinunce e sacrifici.

Il senso del dovere, se così vogliamo chiamarlo, ha sempre pervaso ogni mia decisione.

Non è un dovere fine a sé stesso, ma è il dovere di chi sente di poter fare molto, tanto di più, avverte che alcune cose spetta a lui di farle altrimenti forse potrebbe non farle nessuno ed allora resteranno dei buchi in quel contesto che ci vede inestricabilmente insieme.

Se procedendo con la mia vettura, a causa di un tratto di asfalto intriso di olio, quasi perdo il controllo del mezzo e mi rendo conto che qualcuno magari dopo un incidente in cui si sia disperso dell’olio, ha omesso di farlo rimuovere dalla strada per evitare che altre persone possano patirne le conseguenze, allora  telefono alla stradale immediatamente col mio cellulare  per avvertirla che occorre far ripulire la strada per evitare altri incidenti.

Se passo da un luogo e vedo delle fiamme ancora controllabili, mi fermo e cerco di estinguerle, oppure, se il fuoco è già dirompente, avverto immediatamente i vigili del fuoco o la forestale se si tratta di un bosco.

Insomma non riesco a pensare che qualcosa possa non riguardarmi e sento sempre che una responsabilità personale vi può essere e che è sbagliato pensare che tanto c’è qualche altro che farà quello che potrei fare anch’io.

Vi è sempre la consapevolezza che se magari non mi muovo io, posso con la mia indolenza avallare il prosieguo di un vuoto dannoso per tutti.

Non è necessario che vada tutto bene a me perché io possa essere felice, avverto che la felicità di una persona non può essere sconnessa da quella degli altri che le vivono vicino, ma non solo vicino, perché vi sono dei rapporti che legano anche due persone che vivono molto lontane in aree differenti e che non si conosceranno mai.

Quando ho deciso di iscrivermi alla facoltà di Medicina e Chirurgia, il senso della vastità delle cose da fare immaneva in me e nel contesto energetico che mi alimentava.

Avvertivo il bisogno di utilizzare la mia vita nel modo più congruo alle aspettative che la mia sensibilità suscitava.

Avevo quasi diciotto anni e stavo ultimando i miei studi liceali, fin da bambino volevo fare il medico, ma negli  ultimi anni ero stato così preso dalle tematiche naturalistiche e ambientalistiche, da aver timore di ingabbiarmi in un sentiero universitario che avrebbe potuto farmi trascurare altre modalità di impegno sociale in cui avrei potuto far meglio.

Sentivo che diventare medico poteva essere bello ma anche denso di incongruenze e contraddizioni nel momento in cui mi sarei sforzato di curare persone che potevano essersi ammalate magari per squilibri ambientali o per problematiche in ogni caso più grandi di ciò cui l’atto medico può arrivare.

Bisognava fare attenzione a scegliere la strada che mi avrebbe permesso di accedere davvero a qualcosa di importante per contribuire al benessere della gente e del pianeta.

Questi erano i miei propositi e i miei  dubbi e mi sentivo come un falegname che sta per intraprendere la costruzione di un mobile importante, avendo a sua disposizione della materia prima di ottima scelta, tutto preoccupato di utilizzarla nel migliore dei modi e di non fare errori nei tagli del legno e nell’assemblaggio dell’opera.

Quando ho iniziato a fare le mie prime visite, all’inizio della professione, più volte ho dovuto discernere fra carriera e missione.

Infatti più volte avvertivo la presenza di forze  che mi avrebbero spinto ad adeguarmi a meccanismi che nulla avevano a che fare con l’amorevole compito del medico di prendersi  cura dei suoi pazienti.

Quanto tempo perde un giovane medico per fare carriera e quante energie potrebbe impiegare invece per addestrarsi a capire di più che cosa accade veramente alla gente che egli incontra!

In queste fasi della mia vita ho iniziato a maturare una sorta di anarchia nei confronti della vuotezza del sistema e delle sue regole di buonsenso per non dire di perbenismo che omettono molte volte ciò che è dovuto celandosi dietro scuse di tipo procedurale e di presunta natura medico- legale e trascurando i compiti profondi del medico nei confronti della persona e della società.

La mia tesi di laurea consistette in un lavoro effettuato presso l’Istituto di Anatomia patologica.

Anche questo non fu un caso, dato che nella mia perenne ricerca della verità ritenni ad un certo punto che per penetrare i segreti delle malattie bisognasse passare dallo studio del cadavere e dai misteri biologici che sottendono il limite fra la vita e la morte, fra la funzione e la disfunzione , fra l’armonia della fisiologia e la capricciosità della patologia.

Così dedicai diversi anni della mia vita allo studio dei cadaveri e dei loro misteri microscopici ed utilizzai per molto tempo il microscopio pensando di avere tra le mani uno strumento che mi permettesse di capire tutto ciò che non si riusciva a capire vicino al capezzale dell’ammalato o nelle corsie della Clinica medica.

Ignoravo tutto quello che avrei capito molti anni dopo.

Già prima di divenire medico omeopata, la mia intelligenza mi suggeriva sempre più insistentemente che il mio modo di avvicinarmi alle persone doveva essere più profondo, che dovevo riuscire a capire non soltanto di che malattia esse soffrissero ma soprattutto chi fossero e quale sentiero avessero attraversato per giungere in quella radura dove stanchi si fermavano a leccarsi le ferite.

Cresceva in me l’esigenza di strutturare le visite in un modo sempre più attento alla persona oltre che alle caratteristiche che potessero farmi fare diagnosi e terapia secondo lo schema tradizionale di un buon medico.

Iniziavo ad avvertire che il prestigio di un medico non può pagare la sua sete di verità ed il suo profondo bisogno di comprendere per quali meccanismi si realizza la malattia.

Bisogna che il medico sappia condividere le tappe evolutive della persona che lo consulta e che sappia utilizzare tutta la propria sensibilità per  cogliere le reali caratteristiche della sofferenza della gente.

Per la sol cosa di aver fatto intuire al paziente che si è veramente disposti ad ascoltarlo, la visita assume una conformazione completamente differente ed i risultati in termini di impatto terapeutico sulla persona sono enormi.

Quante volte ho capito che il paziente andava ascoltato e poi, se proprio occorreva, trattato farmacologicamente, ma aggiungevo, soltanto sfiorato con i farmaci.

Ripetevo che  il paziente non va altro che capito e sfiorato farmacologicamente.

Non mi rendevo conto della omeopaticità di quello che mi attraversava la  mente.

Eppure passavano gli anni e la mia professione mi permetteva di affermarmi notevolmente annientandomi letteralmente nei bisogni degli altri.

La gioia era tanta, ma anche la fatica in alcuni momenti era intollerabile e lo sforzo di essere sempre presente quando qualcuno  avesse bisogno di me.

Mi rendevo sempre più conto che il modo abituale di fare salute  era inadeguato alle persone, nonostante le spese enormi che faceva sostenere al sistema.

Raccoglievo spesso testimonianze di pazienti che mi raccontavano il  vuoto interiore, la tristezza e la solitudine che avevano vissuto in precedenti avventure  diagnostico-terapeutiche anche in imponenti strutture sanitarie di fama.

La salute della gente non può essere un fatto di pura managerialità imprenditoriale, rigore procedurale o come modernamente si dice oggi una questione di algoritmi e di adeguatezza delle diagnostiche e delle strumentazioni.

Quante volte un paziente si sente male, si sottopone ad una serie di esami che non danno esito patologico per nulla ed allora gli si dice che non ha nulla.

Sembra quasi una barzelletta, anche se a viverla in prima persona nella contingenza, la cosa assume connotazioni di una drammaticità unica nel suo genere.

Come si fa a negare la sofferenza, con criteri così detti scientifici, a chi la sofferenza te la pone in un piatto d’argento sporcato del suo sangue?

Quante volte il paziente diviene antipatico perché con le sue continue richieste al medico gli si presenta come elemento antitetico che pone in evidenza la sua reale incapacità di fare una vera “diagnosi” e di risultare professionale?

La malattia ha una sua oggettività, ma soprattutto una sua soggettività sulla quale il medico di cultura convenzionale non ha  molti  strumenti professionali per agire.

La professionalità si misura dalla capacità di risolvere problemi e se risolvere problemi significa coglierne la dinamica profonda con “strumenti adeguati” e con altrettanto adeguati strumenti rispondere utilizzando una strategia rigorosa, allora bisogna riconoscere, cosa possibile soltanto dopo adeguata informazione, che l’omeopatia possiede strumenti quant’altro mai adeguati per fare tutto ciò.

Nelle Facoltà internazionali ormai si fa sempre più pregnante la collaborazione fra medici, biologi, antropologi, filosofi della scienza, tutti tesi con un unico sforzo a rivedere la chiave di lettura delle problematiche di salute e malattia, di felicità e sofferenza.

Anche molte altre categorie di uomini di scienza sono coinvolte in questo lavoro comune perché questo è un lavoro che richiede necessariamente un’apertura vastissima di opinioni e di competenze per condurci fuori dallo stato attuale delle cose in cui si è finito per scambiare spessissimo l’arte medica con un servizio che di per sé non può gestire la felicità, argomento centrale della salute, se non con annaspanti logiche tutte imbastite di protocolli e molecole farmaceutiche di sintesi.

La salute e la malattia fanno parte del mondo della natura e possono essere comprese con strumenti che derivano dalla profonda conoscenza della natura e dal profondo rispetto che essa esige per rendere all’uomo ciò che egli chiede con sempre maggiore arroganza e cecità.

Da quando ho iniziato ad esercitare la medicina omeopatica, ho iniziato a  poter disporre di mezzi più affilati per entrare in tutto quello che prima non riuscivo a comprendere dei miei pazienti.

Sono in grado di testimoniare che i pazienti spessissimo hanno bisogno, per guarire da una malattia che li affligge profondamente, di ripercorrere tappe di sofferenza manifestatesi in precedenza nella loro vita e che sono state per così dire risolte farmacologicamente senza che fossero effettivamente capite e risolte nell’unico modo esistente per accostarsi a ciò che il medico convenzionale chiama malattia e l’omeopata chiama reazione adattativa.

A questo punto  si scatena il vespaio dei pareri discordanti, ma non dimentichiamo che ha diritto ad esprimere un parere soltanto chi conosce, nel senso che soltanto chi ha il “dono della scienza”, che per quanto dono è sempre intriso di sudore, ha diritto a tentare di fare opinione con le sue argomentazioni se di argomentazioni si tratta.

 

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