Sguardo

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SGUARDO

Voglio sguardarvi del parlo. Oh! Scusate! Voglio parlarvi dello sguardo.

Talvolta si indìce una nuova riunione dei propri sensi, per concordare l’ordine del giorno, al fine di proseguire entro i programmi che riteniamo di aver impostato.

Tanto per sentirci in tema, tanto per essere, ancora una volta, fedeli al nostro bisogno di essere coerenti.

Occorre dire subito di che cosa abbiamo bisogno, per poter iniziare a parlare senza che qualcuno vada via, guardando l’orologio.

Raramente le parole tengono al confronto con ciò di cui vorrebbero parlare.

Uno di questi casi è proprio lo sguardo.

Chi mai ne parlerebbe come magari riuscirò a fare io in questa serata anonima, in cui, da qualche parte, intendo trarre del senso per orientare il tempo verso la sua forma preferita, la consapevolezza?

Dello sguardo abbiamo sentito parlare chissà in quanti modi. Esiste un modo di occuparsene, che possa aggiungere all’argomento esattamente tutto ciò che forse occorre togliergli per non rischiare di parlare di altro?

Che cosa è lo sguardo? Che parole possiamo usare per parlarne?

Ti trovi di fronte ad una persona e poi, quando la lasci, te la ricordi perché aveva uno sguardo intenso. Che cosa significa?

Oppure, alla guida della tua auto, incroci lo sguardo del conducente della macchina che ti segue, sbirciando nel tuo specchio retrovisore, e ti accorgi che quella persona è sopra pensiero. Che cosa significa?

Insomma, lo sguardo non esiste se non nella percezione di un altro che, a sua volta, sta adoperando il suo di sguardo, per capire che tipo di sguardo hai tu, in quel momento.

Allora, lo sguardo esiste perché esiste, o esiste perché ne esiste un altro?

E questo è un piano. Si tesse fra l’essere e il non essere, fra te e chi hai sotto i tuoi occhi, in qualunque modo.

Poi, vi è un altro modo di poterne parlare.

Gli occhi, per la propria anatomia, consentono di fissare, con mezzi ottici, un’immagine, che si intuisce percepita dal proprio essere nella sua sfera percettiva chiamata visione. Ma che cosa è la visione?

Una bambina, che non riesce a tenere gli occhi allineati, in un disturbo di strabismo, offre subito la sensazione di non riuscire a cogliere l’immagine come noi ce la rappresenteremmo, se fossimo al posto suo. L’anomalia della sua percezione è inevitabile che generi un certo tipo di disfunzione dentro il nostro sguardo. E’ forse una questione di intesa?

Lo sapete che molti strabismi mancano se il soggetto è solo, se non ha un’altra persona davanti a sé?

Molti casi di strabismo iniziano, da un momento all’altro, subito dopo una forte emozione, per esempio la paura. Perché?

Quale momento adattativo l’organismo ricerca per trovare utile deviare gli occhi in seguito ad una forte apprensione?

I correttivi per un bambino strabico possono essere di molti tipi, ma, malauguratamente, passano per un bouquet troppo vasto di opportunità, il che significa che non vi è unitarietà degli intenti perseguibili attraverso panorami conoscitivi e profili professionali anche molto avanzati.

Per esempio, la tecnica chirurgica operatoria di tipo oculistico prevede l’accorciamento di uno dei muscoli estrinseci dell’occhio, per mantenerlo nella posizione ritenuta più simile a quella naturale della visione binoculare corretta.

Peccato, che con questa tecnica, si corregga qualcosa che è cambiato all’improvviso per motivi funzionali, e lo si faccia utilizzando criteri di modifica morfologica di parametri di regolazione microfunzionale, misteriosamente venuti meno, senza una spiegazione che permetta di ovviare all’inconveniente per la stessa via che lo ha determinato.

In un caso di mia osservazione, è bastato dotare la bimba di una montatura “senza lenti”, per ottenere un misterioso riallineamento definitivo dello sguardo. Perché ha potuto accadere una correzione del genere?

Forse perché l’aspetto emozionale dell’indossare una montatura rosa meravigliosa, che la bambina desiderava tanto, ha compensato un deficit integrativo regolatorio che avrebbe, diversamente lasciato spazio all’accorciamento chirurgico di un muscolo!  E’ psicomotricità!

Siamo ancora lontani dalla comprensione univoca che giustifica di poter parlare dello sguardo in un certo modo. Ne approfitto.

“Lo sguardo è la parte vuota dell’essere quando incontra la risposta dell’altro”.

In effetti, persino mentre scrivo, qualcuno può guardarmi e intuire che cosa sto scrivendo, senza leggerlo. Perché? E’ una questione di sguardi.

In alcuni momenti, il pianista, o il cantante chiudono gli occhi, per non disperdere il proprio talento nel vuoto!

Forse non riuscirebbero a eseguire il pezzo, rimanendo sempre con gli occhi aperti. Che cosa accade, quando si chiudono gli occhi?  E’ proprio necessario?

Quando una persona perde conoscenza, il suo sguardo diventa vuoto, vitreo, senza espressione…..eppure i suoi occhi restano aperti, anzi possono aprirsi anche di più. Che cosa manca allora?

Quando ricordiamo qualcosa e magari la immaginiamo, come se fosse davanti ai nostri occhi, cerchiamo istintivamente di proiettarla in un’area specifica del nostro arco ottico antistante il nostro capo.

Cambia la zona di proiezione, a seconda del tipo di ricordo, del tipo di emozione che esso evoca nel nostro network psicofisico. Perché?

Quando una persona si pone nel nostro range di percezione ottica, parte immediatamente uno scambio biunivoco, che condiziona una ineluttabile inesattezza dell’inizio e della fine, del guardato e del guardante.

Insomma, si capisce, che di sguardo in sguardo, rischiamo di perderci nel nulla, perché, alla fine, di nulla stiamo parlando.

Lo sguardo è una funzione rigorosamente “vuota”, che si può riempire soltanto con l’intenzionalità di chi ne percepisce la luce.

Questa luce degli occhi, di cui spesso si parla, si riferisce forse al riflesso di una lampadina che non è collocata fuori del corpo, ma dentro all’anima della persona, ma la stessa cosa è per qualunque entità vivente che possa, anche lontanamente, meritarsi l’appellativo di essere senziente.

Lo sguardo, allora, non è solo espresso, ma soprattutto sentito, percepito, interpretato, direi, persino, e chiudo, cercato.

Un lieve turgore delle palpebre, perché si è aumentati di peso, o perché si soffre di ipotiroidismo, condiziona l’espressione cadente dello sguardo e richiama immediatamente ad una diminuzione della facoltà intellettive dell’individuo.

L’ammiccamento delle rime degli occhi, per problemi di messa a fuoco, determina, implicitamente, l’immagine di chi sta cercando di capire meglio ciò che sta guardando.

Ma tale espressione non si verifica solo per problemi ottici di messa a fuoco, in quanto appartiene anche all’espressione di chi si sforza di esprimere la propria determinazione nel voler capire qualcosa. Quindi, l’ottica si mescola all’intento volitivo.

Mi torna in mente che quando un oggetto lontano viene visto vicino, tramite l’ausilio di un cannocchiale, non è mica esso che si è spostato, ma semplicemente l’espediente tecnologico voluto che è stato proiettato nella costruzione e nell’impiego dello stesso!

Mi esprimo così, perché voglio definire l’indeterminatezza della obiettiva funzione dello sguardo.

La motricità complessissima di ogni muscolo, che partecipa alla mimica, contribuisce a creare vari tipi di sguardo, ma non siamo negli occhi della persone…siamo in quella pulsione globale che lo rappresenta che ne esprime lo slancio proiettivo emozionale, momento per momento, in un divenire talmente continuo, da poterne a mala pena parlare.

Parlare dello sguardo ne ferma l’essenza, parlare del respiro, ne ferma l’ineluttabilità.

Spero di non aver annoiato il lettore che, con sguardo incuriosito, avrà cercato di capire che cosa volessi dire col titolo di queste poche righe, scritte, credetemi, con sguardo attento alla vita, nelle sue sfumature più misteriose.

Asta la vista!

1 COMMENTO

  1. Caro Salvatore, anche questa volta, il nostro viaggio insieme ha avuto risultati strabilianti.
    Questa è la storia della nostra bimba. Da qualche tempo, avevamo notato che il suo sguardo non era allineato; facevamo esercizi, ma i risultati non c’erano.
    Agli inizi di settembre, ci siamo rivolti da un bravissimo ortottico, sotto la guida di Salvatore. Mentre eravamo in visita, la bambina si opponeva a farsi valutare.
    Nel momento che le abbiamo proposto di indossare gli occhiali, lei ha accettato immediatamente. Intanto, Salvatore carburava…, ad un tratto ha detto:”Che ne pensate se facessimo una montatura senza lenti? In modo che lei, indossandoli, è soddisfatta?”
    Abbiamo proceduto così.
    Siamo agli inizi di dicembre, e la nostra bimba ha allineato completamente lo sguardo senza intervento chirurgico.
    Secondo me, le cose più inimmaginabili entrano nella nostra vita all’improvviso, anche nella loro positività.
    Ringrazio Salvatore ed Angelo, per la loro preziosa cooperazione.
    Caro Salvatore, tutte le esperienze con te sono storiche, e, spesso, anche inimmaginabili.
    Pensa un po’: appena le ho letto il tuo articolo, Alessia, ha tolto gli occhiali, ha chiuso gli occhi e rideva soddisfatta.
    Provare per credere. Ti abbraccio.

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