Il vizio del governo

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Il vizio del governo

Lo scenario contemporaneo del mondo è apocalittico, perché le risposte generate dalle domande sono identiche ai motivi che hanno creato le domande.

Nei modelli di regolazione automatica dei sistemi cibernetici, sia naturali che artificiali, il così detto feedback, la retroazione, è il modello fondamentale per evitare che un processo, come il calore di una stufa non superi il controllo e non giunga alla liquefazione del dispositivo fatto per dare calore.

Da tempo, ormai, i processi sociali, che sono anch’essi fenomeni biologici, sono privi di sistemi di controllo, anche se i controlli di ogni genere sembrano aumentare a dismisura.

Trattasi di un vero quadro di malattia, innescato dalla perdita di qualunque regolazione, perché la civiltà è quella degli eccessi,  ove non vi è più limite a nulla e dove il più esiste solo per fare accedere a qualcosa che è ancora di più.

Un pachiderma, una creatura mostruosa gigantesca, senza limiti, che si ciba di tutti i suoi rifiuti e li re-immette nel circuito malsano che non potrà mai funzionare in modo armonioso, a causa del mito del massimo profitto.

Il profitto, che non esiste in natura, è diventato la logica di una natura perversa, che prende il posto della natura umana e la dissacra, sino allo scempio di qualunque buon senso.

Se sviluppo una forza, per creare denaro, subito dopo ne genero un’altra, per spostare quel denaro, venderlo, usarlo come merce di scambio, impiegando le risorse principali dell’uomo nella direzione del mantenimento astraente delle logiche speculative, al servizio di una demenzialità che offende il senso della vita e delle relazioni fra gli esseri.

La natura distorsiva delle forze che imprimono al mondo questi meccanismi sembra di tipo umano, ma, se si pone attenzione, si può cogliere che non si riesce a spiegare i motivi per i quali il gioco si prolunga oltre le regole del mantenimento della vita stessa.

Infatti, oggi, di civiltà si muore, di ricchezza si diventa poveri, di sapere si diventa ignoranti, come un gioco che toglie avidamente i motivi che hanno promosso il senso del gioco stesso.

Potremmo continuare: di salute si muore, di cultura si resta ignoranti, di politica si resta orfani di qualunque istituzione.

Vi è qualcosa che rende fondamentalmente inutile qualunque scommessa personale nel senso di un riscatto dell’umanità, perché una coltre densa di segnali di arresto intimorisce e scoraggia qualunque buona azione.

Tanto è inutile, si sente dire. Tanto non possiamo fare più niente, tanto non si può tornare indietro.

E’ strano che la coscienza individuale è lucida e la coscienza collettiva è diabolica.

Le persone guardano sé stesse allo specchio, e si parlano, in modo diverso da come farebbero se parlassero in pubblico.

Un pubblico, che diventa lo specchio dell’indicibile, un pubblico che non è più la somma dei diritti dell’umanità collettiva.

Non si prescinde dalla lamentela, che viene quasi ostentata, con mille panegirici, in favore dei vari personaggi, che si avvicendano a dimostrare di avere coscienza, ma trattasi di una coscienza priva di scrupoli, che attende il destino e rigurgita le varie opposizioni, talvolta depresse, talvolta maniacali.

Vi è un vizio, alla base di tutto lo scenario che descrivo, il vizio del governo, di quella facoltà pubblica, voglio dire, a servizio del pubblico, ma che inscena commedie garbate, inammissibili su qualunque vero tavolo etico e logico.

L’importante non è il senso del dissenso, è proprio il dissenso, che diviene cartello di qualità del vivere sociale di chi ha il coraggio di parlare, ma che abortisce ogni volta che può incarnarsi in una presa di coscienza che comporti la responsabilità di fare o non fare qualcosa di concreto.

E’ l’abisso, la fossa delle marianne, il triangolo delle bermuda, il mistero del conoscibile, che si mantiene insondato  e volutamente mantenuto essere una buona teoria, che non può essere mai essere esaurita, altrimenti non vi sarebbe più il gusto speciale di fare opinione, così si dice.

Chiunque abbozzi una qualche idea semplice, ma, diciamo, manuale, per spostare degli oggetti in precario equilibrio viene additato come un sovvertitore, pericoloso per l’ordine pubblico, che è vampirico e zombesco.

Così “il carrozzone va avanti da sé”, e non si pongono mai dei dubbi sulla qualità astensionistica  dei commentatori di turno, famosi, ma inerti e come morti.

Meglio morire come Che Guevara, che vivere come Sgarbi, meglio fare silenzio, che ciarlare di continuo, senza muovere un dito, meglio fare un colpo di stato, che attendere che ti vengano a prendere perché hai risposto male alla guardia di finanza.

E’ un sogno una vita diversa  e piena di gioia di vivere, ma è un incubo svegliarsi al mattino e pensare che un’altra giornata ti attende in mezzo a mille follie, tutte regolari e “di norma”.

L’importanza obiettiva del denaro è il delirio centrale, che alimenta i mille rivoli, mentre si fa a gara nel dimostrare che i discorsi finanziari sono cosa molto seria.

I pronto soccorso si inabissano nella burocrazia amministrativa di resoconto, mentre i pazienti muoiono, perché non incontrano più medici, ma robot amministrativi che rendicontano anche quanti respiri fa una persona, prima di morire, ma non gli mettono la maschera dell’ossigeno.

Tanto, nella peggiore delle ipotesi, vi è il dono degli organi, che aggiusta tutto e placa gli eventuali scrupoli di coscienza per non aver fatto davvero tutto il possibile.

Quanta fretta, quanta banalità, persino di fronte al mistero del senso profondo della vita di una persona, che potrebbe riprendersi, che potrebbe, perché no, smentire le “buone regole” dell’espianto di organi a cuore battente.

E poi, tutti i trucchi, le fraseologie, per giustificare l’assenso indotto di masse di anime sperdute nell’ignoranza di una verità che si allontana dall’umanità, perché tutti devono rimanere in una situazione di precarietà, di coscienza di malattia, di dipendenza dai mille orpelli confezionati per illuderci di essere in una società civile.

Sono stanco di pensare bene, per non dovermi trovare male, sono stanco di pensare  male, per dovermi trovare bene!

Lo stesso spirito con cui obietto sull’immagine incantata di benessere, in cui non ci credo nemmeno se mi fucilate, ambisce all’assoluto, ma tale non è il bisogno di scrivere, di parlare, di dire che non ci credo più, di avvisare che non sarà facile togliermi il pregio dell’obiettività, a qualunque costo.

Il vizio del governo prende i rappresentanti del popolo, un popolo che continua a nutrire fiducia in un sistema che lo fa vivere male e che alimenta tutti i suoi bisogni più osceni, basta che si va avanti, basta che si fa finta che tutto vada bene.

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