Degenza

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Degenza

Questa parola deriva dal Latino De Agere – non agire – passare il tempo.

E’ un esperienza che è toccata a tutti prima o poi, ma nessuno se lo aspettava!

La vita si alimenta del fluire che può anche fermarla.

Quando una persona viene a chiamarsi paziente, per qualunque motivo, può anche trascorrere del tempo in una stanza di Ospedale, in un letto,  che non è quello di casa sua e non è fatto esattamente per dormire.

Tale situazione, chiamata degenza, tocca gli anfratti dell’impossibile, tali sono le diversità rispetto alla conduzione di una vita normale.

La persona giace nel letto ed è più o meno preoccupata, altrimenti non sarebbe lì.

Pensa quanto tempo ci vorrà, come andranno le cose, se ce la farà.

Accanto, altre persone, costrette a stare insieme, a condividere momenti anche molto intimi, senza essersi mai conosciuti prima. E’ gioco forza che si convive in una stanza di Ospedale, si deve poter apprezzare una esperienza che non è mai stata immaginata, quando si agisce normalmente.

Non resta che  accettare la peculiarità di tale momento che, spesso, è fatto di infiniti momenti senza fine.

L’essere umano si attesta a livelli anche molto strani, a seconda delle esperienze vissute, prima e durante il flash che ne contestualizza l’attimo fuggente, in cui si esprime e può commettere azioni splendide oppure ripugnanti.

Qualche giorno fa, in un Reparto di un Ospedale, una ausiliaria addetta alle pulizie, pregava le persone nella stanza di non accomodarsi fuori della stanza, perché non occorreva e….aggiungeva che non avrebbe mai avuto il coraggio di rivolgersi male ai parenti dei pazienti, perché lei ci era passata da quella situazione….sospirava.  Si vedeva che aveva interiorizzato una qualche esperienza di dolore legata a come l’avevano trattata durante un ricovero di un suo caro.

Peccato che, nella maggioranza dei casi, gli inservienti dei Reparti ospedalieri siano ben noti per la loro intransigenza e per i modi bruschi con i quali si rivolgono alle persone che finiscono negli ospedali.

Le richieste vengono fatte, intimando ordini con voce tonante, inveendo e mettendo in serio imbarazzo i mal capitati, che recèdono di corsa e non sanno dove nascondersi.

Poi ci sono gli infermieri, che entrano e con voce automatica declamano: “I parenti fuori”, ma non guardano che una mamma sta cambiando le mutande a suo figlio, poveraccio, che non ci riesce da solo nemmeno a toccarsi i capelli.

La terapia viene somministrata come un ordine perentorio, svegliando le persone con urla e toni di allarme.

La storia ricorda la gerarchia militare, in cui nessuno può sgarrare, perché qualcuno ad un gradino più in alto del suo è pronto a fargliela pagare. Ci sarà condanna peggiore che fare qualche giorno di ospedale in quel modo?

I medici, per la maggior parte entrano come divinità, con lo sguardo serio e autoritario, come se dovessero comminare delle pene.

Parola d’ordine: disciplina!  Mamma che paura! Un lager.

Serve davvero a qualcosa tutto ciò? Serve terrorizzare persone che stanno attraversando momenti anche di estrema difficoltà, ponendole indubbiamente in una posizione subordinata  e sottomessa senza nessuna remora?

Ben note le figure delle suore di Reparto, che hanno conquistato ruoli da film dell’horror.

Insomma, strano a dirsi, ma una degenza in Ospedale rischia di creare problemi non indifferenti a quella totalità infranta dalla malattia, che meriterebbe  attenzione, tatto, cautele di ogni genere…e una grande delicatezza.

Poi vi è la notte. Costellata di rumori improvvisi, grossolani, tutti evitabili, ma quasi ostentati, per sottolineare ancora una volta che si è autorizzati a sottovalutare qualunque bisogno dei degenti, che non sia quello di obbedire a ordini e protocolli.

Lapalissiano che il riposo, almeno notturno, meriti rispetto, ma per sottolineare ancor meglio il potere inderogabile del personale, è di routine ascoltare le urla di infermieri, ausiliari e medici che fanno a gara per imporre le proprie vedute, magari litigando per i turni o per gli orari di servizio appena scaduti, anche se una mansione iniziata è ancora in corso.

Quando lavoravo in Pronto Soccorso, non avevo l’ardire di smontare dal turno, se stavo prestando le mie cure a persone sofferenti che avevo preso in carico. Che cosa avrei dovuto dire loro? Che il mio turno era finito? Ah, che poesia!

Tocca ora parlare dei guanti, usati per proteggere il personale, ma senza nessuna cura del fatto che toccano tutti i pazienti insieme, come se fossero appestàti, facendo loro sentire la plastica del guanto e non il calore delle mani amorevoli.

Le varie suppellettili, i presìdi vari, per esempio, pale per espletare i propri bisogni fisiologici oppure pappagalli, passano da un paziente all’altro, nel corso di una stessa degenza, come se riciclassero mutande e assorbenti, ovviamente dopo averli “disinfettati”.

La richiesta di qualcosa dal paziente o dai suoi parenti si trasforma facilmente in motivo di rimprovero o dileggio, sino all’insulto.

Rare sono le eccezioni, mentre il carrozzone della Sanità si imputridisce sempre di più, e sembra autorizzare le menate vessatorie dei parenti verso la così detta malasanità. Chi ha ragione? Nessuno!

Notevole anche il vizio di dare del tu a chiunque, senza quel garbo che dovrebbe concedere tale confidenza solo dopo aver percorso delle tappe preliminari di familiarizzazione. E’ un potere, quello di offrire assistenza!

Peccato che tutto ciò non sia frutto della mia distorsione percettiva.

Il distacco emotivo dei medici è poi davvero patetico, sembrando quasi necessario per ovattare la relazione col paziente, come per difendersi da una malattia più contagiosa di quella eventualmente contratta dal poverino.

Le richieste del paziente sono introdotte subito in un processo in cui è inopinabile l’esito delle decisioni finali,  sempre, sempre, inesorabilmente unidirezionale.

Vi è una particolare caratteristica del tono della voce di chi comanda nei Reparti, come una imperiosità che non ci azzecca proprio niente e soltanto irretisce  e mette in imbarazzo una persona. Serve? Ditemelo voi!

Per fortuna,  vi è sempre qualcuno che esula da tale descrizione, così frequente, qualcuno che sorride, che parla con la voce sommessa, che guarda negli occhi, che stringe la mano al paziente e abbraccia i parenti.

Mi chiedo se lo stile consuetudinario aiuta gli addetti ai lavori a reggere meglio alla durezza del lavoro.

Sinceramente, penso che l’amore, la dolcezza, la pazienza, siano i mezzi più idonei per sopportare le incongruenze e le difficoltà di certi luoghi “difficili”.

L’assistenza a chi soffre è l’anticamera e il seguito di ogni momento sereno della nostra vita. Rendiamoli sapientemente amalgamati e non risentiremo troppo né della salute né della malattia, né della pace, né della disgrazia.

Non ho detto nulla dei mille rivoli di implicazioni relative alla diversità delle cure sentite dalle singole persone, per orientamenti culturali differenti che, non rendono inderogabili le ferree leggi di protocolli, molto spesso discutibili, a tavolino,  al quale però il paziente non può sedersi, perché è costretto a letto!

UMANITA’

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