AMA LA VERITA’

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AMA LA VERITA’ (Padre Giuseppe Moscati)

DIAGNOSI

Siamo nel 2018, ormai diversi anni dopo quel fatidico anno 2000 che, soltanto a dirlo, faceva rimanere a mozzafiato.

Il 2000 era il limite fra la realtà e la fantascienza, il punto di non ritorno, oltre il quale non era possibile andare, senza un cambiamento inesorabile.

Al mattino, quando a volte sento l’odore della brioche, che mulinella dal forno sotto casa e mi saluta, non posso evitare di ricordare quando, alle scuole elementari, talvolta in alcune giornate speciali, chiedevo 10 lire alla mia mamma, per comprare una di quelle leccornie, la brioche, che prometteva il paradiso a chi soltanto si abbandonasse al suo profumo, caldo e leggermente frizzante, che ne fuoriusciva.

Oggi, però, non comprerei mai una di quelle brioche, che viene realizzata partendo interamente da sola farina doppio zero, e che contiene il pannello completo delle perplessità in tema di farine.

E’ cambiata la vita, è cambiata la farina, è cambiata la brioche, ma non è cambiata la cultura per cui, di mattina  presto, è possibile godere ancora di quella stimolazione olfattiva che ho accennato.

Qualcosa è cambiato nel riconoscimento da parte mia, il senso della brioche, il senso della vita, il senso della salute.

Il tempo ha trascinato per le vallate, in mezzo ai campi di grano, tonnellate di diserbanti e concimi chimici, che da qualche parte, il mio intuito mentale, ma non solo, riconosce, per consentirmi una diagnosi molto diversa da quella che potevo fare a 6 anni, sulla brioche.

Oggi ho 56 anni, ma il mondo è avanzato di un tempo molto più grande, in quanto è avanzato di un’ epoca, di una possibile percezione, è avanzato del limite, che una volta non poteva nemmeno essere immaginato.

E’ il futuro, ma serve a rimpiangere il passato, a riconoscerne la differenza, a sentire che bisogna individuarne il senso, per poter ritornare al senso delle cose: la brioche di 10 lire, buonissima e sana, forse.

Cambiamo argomento, e ci rechiamo in un ospedale, per incontrare il medico che, nel suo ambulatorio, dovrebbe sottoporci a visita, per un nostro problema di salute.

Lo incontriamo e lo guardiamo negli occhi, siamo nel 2018, nel pieno mezzo dell’era delle strumentazioni diagnostiche, talmente avanzate da essere persino talvolta rare.

La prima cosa che facciamo è cercare lo sguardo del medico, come se fosse una sonda di non so quale macchina diagnostica.

Chissà perché, nonostante la modernità, si è inclini naturalmente a cercare gli occhi di quell’essere umano che incontriamo, e per il quale intervento noi dovremmo avere un miglioramento delle nostre condizioni di vita.

Talvolta, sarà necessario incontrare diversi di quei medici e sottoporsi a svariate metodiche diagnostiche, per avere una risposta e l’indicazione di una direzione.

Ma sarà necessario e bastevole un responso scritto, oppure un dischetto, con una sequenza di immagini, per contemplare il pacchetto completo di esigenze di quella persona che cerca una diagnosi?

Penso alla costrizione del tempo, quello che passa sotto forma di numerose ore, per i pazienti che si recano in un pronto soccorso e attendono il loro turno, per iniziare ad essere considerati.

Come si fa a dire quanto è il tempo giusto, se si considerano tutti coloro che, nell’attesa, non riescono a rimanere vivi.

Manca qualcosa al sistema, per incontrare le persone in condizione di bisogno?

Codice rosso, giallo, verde …….e poi quale colore manca per decidere come decidere il colore?

Cambiamo ancora discorso, prendiamo un fonendoscopio e sentiamo il cuore e il respiro di una persona.

Il medico indossa lo strumento introducendo le sue due estremità auricolari nei suoi orecchi, poi posa la campana dello strumento e controlla come batte il cuore del paziente, magari mentre socchiude gli occhi, per qualche secondo,  e il paziente ha un sobbalzo per l’emozione, forse anche per un poco di paura.

Ma oggi bisogna anche considerare che, nel frattempo squilla un cellulare, e distrae sia il medico che il paziente, perciò quel battito cardiaco può divenire davvero di tutto, attraverso una percezione variegata che rischia di rimanere, ingiustamente, fuori della diagnosi.

Comunque vi sono tecniche obiettive, strumentali, che tolgono l’opinabile e rendono il referto obiettivo e indiscutibile. E io aggiungo, indiscutibile da chi, dal medico, dal paziente, oppure da un altro medico cui sarà raccontato il momento della visita un mese dopo?

Talvolta immagino, mentre poso il fonendoscopio sul petto del paziente, di poter disporre di uno speciale fonendoscopio, che metta in comunicazione la mia anima con il battito dell’anima di quella persona o col respiro della sua intera esistenza.

Poi andiamo nella stanza di visita di un medico omeopata, che fa parlare la persona e prende nota delle sue frasi, traducendole in sfumature precise della sua unità psicofisica.

La stanchezza, l’energia, i desideri e le fobie, divengono come note sullo spartito da musica, e si sente un ritmo, si percepisce un disordine persino nell’ordine e viceversa, è il fascino di una diagnosi che non sia soltanto quella assortibile con i sintomi di malattia.

Questo ritmo è già conosciuto, è stato studiato dall’omeopata, è come la risposta individuale di qualunque persona ad una tazzina di caffè, è singolarità, è modalità di risposta originale allo stesso stimolo, è omeopatia.

Vagliela a spiegare a chi non crede, senza nemmeno sapere di che cosa si stia con precisione parlando!

Purtroppo, quando parliamo di diagnosi, stiamo parlando di un concetto che ha varie sfumature possibili, a seconda della persona o del mezzo impiegato per esprimere una valutazione.

Ora, spostiamoci all’interno del computer della risonanza magnetica nucleare, che raccoglie ed elabora gli echi prodotti da fasci di elettroni, per potere comprendere come è organizzata la natura anatomica del ginocchio di quella persona che non riesce più a camminare senza provare dolore.

Comunque, un’altra persona con il ginocchio più malconcio, non prova dolore nemmeno se corre.

Un momento! Qualcosa non torna. Su che cosa dovremmo concentrare l’attenzione?   Sul ginocchio più sano che fa male, oppure su quello compromesso, che il paziente non riconosce essere causa di problemi?

Chi dobbiamo accontentare, per non commettere un torto? Il medico che parla del ginocchio o quello che parla della persona?

In effetti, quando noi prestiamo la nostra fiducia ad un diagnosta, stiamo anche concedendo ad esso la facoltà di interpretare una situazione e, implicitamente, avalliamo, oppure no, la strada che il diagnosta ha scelto e seguito, il suo cammino di studi e professionale, il suo prestigio e la sua credibilità.

Per questo motivo, io dico che, mentre il medico conduce un esame al paziente, il paziente sta esaminando il medico.

“Signora, il suo cuore batte troppo forte”; lo so dottore, ma non posso dirle perché!

Quando più pazienti sono ricoverati nella stessa stanza di un reparto, si creano necessariamente situazioni di gradimento, oppure di ostilità, per l’ambiente, così come esso è messo.

Quale diagnosi sarà mai così scevra da ogni più piccola influenza, che non sarà propriamente intrinseca alla malattia della persona in quel momento?

Torniamo un poco al caffè, che una persona può prendere, senza che possiamo dire che la reazione è identica da uno all’altro.

Come fa la stessa sostanza a determinare una risposta diversa nelle persone?

Questo potrebbe sembrare estraneo al discorso sulla diagnosi. Invece, in medicina omeopatica, è possibile comprendere che la diagnosi dell’espressione globale di un individuo, compresa la sua malattia, è tutt’uno con la singolarità della risposta ad uno stimolo esercitato da una sostanza, ad esempio,  come il caffè.

Il discorso si complica, ma in effetti diviene più semplice, quando si esperimenta su di sé la somministrazione non del caffè, ma del rimedio omeopatico ottenuto da esso, tramite diluizione e scuotimento.

Per non parlare di quando si scopre che alcuni soggetti reagiscono in un modo, e altri nel modo contrario, capendo finalmente che parlare dell’effetto placebo, in modo derisorio, è solo un sintomo di grave inefficienza culturale, e scientifica, di fronte alla complessità della vita biologica e alle sfumature dei suoi meccanismi regolatori.

Ostinarsi a non volersi impegnare nella comprensione di ciò che non si capisce facilmente è la strada migliore  per rimanere fuori della realtà, bloccati solo all’interno di quella fetta limitata di realtà che si è riusciti ad accettare qualche tempo prima.

Se riflettessimo sul fatto che ogni scoperta avvenuta al mondo è dipesa dal superamento di un limite di comprensione di quella che si pensava fosse la sola realtà possibile!

Qualunque studio eseguibile su un campione di realtà, scelto per estrarre alcune verità, sta parlando di più dei limiti dello studio che dei limiti del campione che lo studio pone sotto esame.

I criteri scientifici, con cui continuiamo a parlare di scienza, sono ancora tutti da rivedere, ma ciò è impossibile, senza inserire, al centro delle tecniche di studio, un criterio che non pretenda di piegare la realtà a ciò che noi vorremmo che essa fosse.

Gli studi più sorprendenti sono quelli che portano a risultati completamente diversi dall’ambito investigato.

Mentre, gli studi più pericolosi sono quelli allestiti nel senso di una conferma, e che ritrovano la conferma, a costo di ammaestrare la metodologia di studio impiegata.

Conosco molti di questi studi, che vengono poi eretti a totem di verità scientifiche (?) intoccabili.

Il discorso delle diagnosi possibili è molto lungo e richiederebbe uno svolgimento di enorme vastità, ma, in questi casi, amo parafrasare con citazioni  anche scherzose, ma che rendono il concetto, oppure fare sintesi estrema.

Per quanto la Medicina sia in un processo di riduzionismo della tecnica di incontro della persona, che progressivamente sposta l’attenzione dalla totalità ai dettagli, sino a uscire dalla complessità dell’individuo e del contesto in cui egli vive, non è possibile prescindere dall’incontro amorevole fra Medico e Paziente.

Tale incontro, però,  non deve essere banalizzato con tecniche di pietismo e pseudo-comprensione, come, ad esempio,  la così detta medicina narrativa, che appare un insulto al corpus scientifico diagnostico terapeutico, posto nelle mani di persone, di vario genere, che nemmeno si devono azzardare a scimmiottare l’omeopatia, perché non si rendono conto di ciò che stanno facendo.

Prima studino l’Omeopatia, in modo approfondito e dettagliato, poi la pratichino per numerosi anni, poi non avranno più il coraggio di parlare di medicina narrativa al posto di Medicina Omeopatica. Inteso?

Le affermazioni che sto rilasciando possono essere fraintese, ma insisto col dire che, se un operatore non conosce l’omeopatia, non ha senso che parli di medicina narrativa, perché l’ascolto, l’empatia, la terapia verbale, senza la comprensione omeopatica del racconto diagnostico, non serve quasi a nulla, in quanto non è in grado di condurre alla prescrizione del rimedio corrispondente alla totalità psichica, spirituale e fisica della persona, che produce successi straordinari.

Non si arrabbino i cultori della medicina narrativa, siano umili e studino per capire quello che dico.

Se poi, intendono arrabbiarsi, sappiano che gli argomenti per redarguirli sono non indifferenti e di sicuro successo.

Non è possibile usurpare all’omeopatia degli strumenti che vi trovano massima espressione, comprovata da secoli,  a vantaggio della prognosi del paziente.

E’ insopportabile che, mentre la medicina allopatica disdegna l’omeopatia, appronti, in modo fraudolento, un retroterra  di assistenza al paziente, che lo privi del tesoro omeopatico e dia l’apparenza di un sostegno umano, che impallidisce rispetto al sostegno omeopatico, che è umano, ma ha formidabili strumenti di sblocco per aiutare mille volte di più ogni persona.

Infatti, dietro agli organismi che spingono la medicina narrativa, vi sono, indovinate chi, grossi nomi della farmindustria.  TUTTO DOCUMENTATO,  a prova di querela per diffamazione, ingiuria e calunnia!!!!

Questo è quanto.

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