Poveri

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La povertà è la condizione di singole persone o collettività umane nel loro complesso, che si trovano ad avere, per ragioni di ordine economico, un limitato (o del tutto mancante, nel caso della condizione di miseria) accesso a beni essenziali e primari, ovvero a beni e servizi sociali d’importanza vitale. La povertà diventa pauperismo quando riguarda masse che non riescono più ad assicurarsi i minimi mezzi di sussistenza: è questo un fenomeno collegato a una particolare congiuntura economica che porta al di sotto del minimo di sussistenza una gran parte della popolazione (Wikipedia).

Quando pensiamo alla povertà, siamo abituati a riferirci a situazioni di quelle citate qui sopra. La povertà, però, non è soltanto questo.

Un elemento fondamentale della povertà è l’isolamento, un altro elemento è la scarsità di mezzi economici. Tali condizioni generano la povertà e sono esse stesse generate da essa.

Mi viene sempre più spesso di pensare che il paradigma della povertà può compenetrarsi anche in modelli di vita ben diversi da quelli di chi non ha da comprarsi il pane. Le connotazioni che contraddistinguono il povero nel contesto sociale in cui lo osserviamo lo vedono solo e con una sproporzione enorme fra bisogni e possibilità. I poveri però non vogliono molto, essi chiedono solo di che vivere, essi chiedono di poter soddisfare i propri bisogni, ma spesso i poveri non hanno bisogni che non siano davvero il minimo. I veri poveri!

La società non si accorge di loro, li trascura, li vede vivere nella condizione che loro hanno voluto o no, o che hanno realizzato con la propria ignavia. Alcune persone benpensanti ritengono di essere degli eroi che hanno saputo realizzare la propria condizione di benessere sociale con sacrifici e tanto lavoro, in quanto tali, hanno anche una specie di disapprovazione per quelle persone che non si sognerebbero mai nemmeno di raggiungere l’un per cento del livello di benessere accettato dalla comune idea come segno del rispetto di regole e codici suggeriti per “vivere bene”.

Eppure c’è qualcosa nei poveri che non convince, nel senso che, se si presta bene attenzione, è facile notare che molti di loro stanno bene così e, in fondo, grazie alla loro condizione, hanno molti problemi in meno rispetto ai benestanti. La povertà ha sempre esercitato un fascino sui ricchi che si lasciano andare a fantasie di fuga dal sociale, di semplificazione della quotidianità, di esenzione da tutta una serie di obblighi che li costringe a lavorare sempre di più per alimentare il proprio tenore di vita che infine non soddisfa e non fornisce quel senso di libertà che invece molti poveri vivono nonostante tutto.

Il  filosofo greco Diogene, uscito dalla sua botte, dove viveva per prendere un pò di sole, ad Alessandro Magno che gli disse “Posso darti tutto quello che vuoi, dimmi cosa desideri?”,  rispose ” Spostati, mi copri il sole”. E rimase nella sua botte, povero, ma ricco e libero.

Penso alla povertà di cui parla Papa Francesco. Ci sono i poveri disgraziati e poi altri tipi di povero ai quali forse è più difficile pensare: le persone ricchissime dentro che potrebbero dare tanto e vengono costrette alla pochezza della società e annichilite in un modo che suscita dolore e solitudine ancora più gravi di quelli della povertà per indigenza. Questa povertà è tanto maggiore quanto lo è la ricchezza interiore e soprattutto la voglia e la possibilità di dare. Chi si occuperà di questi “poveri”?

Se prescindiamo dai mezzi a disposizione e consideriamo le modalità interattive dell’essere povero, ci accorgiamo che non è sempre questione di mezzi a disposizione. Infatti, è noto che molte persone più che ricche si lamentano delle loro difficoltà economiche, perché sono avare, perché sono egoiste, perché non conoscono la povertà. Però queste persone soffrono in modo simile, forse di più, rispetto a tanti veri poveri.

La povertà, allora, è una anche una dimensione percettiva che risulta dal confronto fra beni desiderati e beni di cui si è in grado di godere. Ci sono poveri felici e ricchi infelici. L’importante è la discrepanza fra potuto e goduto. Potere non dipende dai mezzi, ma dall’attitudine a godere, ma, nel caso del potere di chi vuole essere al servizio degli altri, il godere del diritto di esprimersi diventa il diritto stesso a fare delle cose e a svolgere attivamente la propria missione, il diritto di esistere.

Spesso, nel mondo, le attività più importanti per la società sono affidate al volontariato, come se fossero un hobby, come se il sistema organizzato non si sentisse chiamato a garantirle all’interno dell’amministrazione normale della vita, come se tali attività non hanno diritto a trattamenti economici.

Poi c’è anche da dire che, molte volte, le persone che vogliono fare veramente qualcosa di grande devono lasciare tutto e tutti, diventare poveri, altrimenti non possono fare quello che sanno di dover fare. San Francesco lasciò tutto!

Quindi la povertà può anche essere un mezzo importante e di straordinaria efficacia.  La povertà, talvolta, è una credenziale, se vissuta personalmente, e può attirare anche ricchezze gigantesche da elargire per i propri nobili scopi in favore dell’umanità, in tal senso può rendere ricchissimi (è il caso, ad esempio, di Madre Teresa di Calcutta).

Un benestante, povero perché staccato da certi meccanismi sociali di consenso che garantiscono benemerenze  e appoggi atti a conferirgli un potere sociale, può soddisfare il suo bisogno di dare qualcosa di meraviglioso agli altri? Può egli impegnarsi per promuovere un miglioramento di alcuni standards, sulla scorta di livelli percettivi, culturali, morali e sociali più alti di quanto caratterizza il suo contesto?

Questo tipo di situazione è anch’essa una forma di povertà che meriterebbe l’attenzione, il sostegno, l’intervento di qualche benefattore sensibile. E quale il modo di venire incontro ad un povero di questo genere?

Nel modello “normale” di povertà, la gravità della condizione di privazione dipende dalla mancanza di attitudini della persona. In casi, invece, dell’altro genere, è esattamente il contrario: più la persona ha dei talenti sui quali potrebbe svolgere una vera e propria rivoluzione culturale, più si ritrova in una situazione di paralisi vera e propria che coarta le sue capacità e lo costringe ad un copione di autolimitazione che è tanto più penosa quanto più egli avverte la grandezza di ciò che potrebbe fare. E’ una povertà anche questa?

Tale condizione comporta dolore, isolamento ed una profonda impossibilità di appagare i propri bisogni che, in questo caso, sono le proprie attitudini agli altri che non possono essere espresse. Forse una condizione del genere è peggio della povertà classicamente intesa.

Il povero, quello vero, soffre ma non tanto come chi sa di non essere povero ma viene costretto ad una forma di povertà bizzarra e dannosa per il progresso del mondo, assolutamente contro la sua volontà ed indipendente dai propri limiti che egli sa di avere molto meno rispetto ad altri. E’ proprio questo il problema.

Si crea così un fantasma percettivo di inefficienza personale che il povero, ma  ricco,  rischia di confondere con i  blocchi realmente esistenti che vengono solo dall’esterno ostile al cambiamento e dalla dispettosa ritrosia a voler riconoscere la qualità dell’apporto possibile.

Via via mi rendo conto che tale povertà è ben più pericolosa ed ingiusta e che forse dovremmo pensarci per non rischiare di abbandonare quelle persone che, pur soffrendo tanto, potrebbero aiutare tutti noi a soffrire molto meno se soltanto le lasciassimo fare.

Per un uomo che vuole migliorare il mondo, l’accesso ai beni essenziali e primari è poter estrinsecare la propria vocazione al servizio degli altri. Non poter esprimere i propri talenti è una vera e propria condizione di gravissima povertà.

1 COMMENTO

  1. Ci sono uomini che nascono con l’impulso positivo irresistibile di servire all’umanità e, tra essi, alcuni ci riescono meglio degli altri. Pochissimi, poi, divengono addirittura cruciali. Il mio amico Salvatore Rainò è uno questi rarissimi..
    Alfonso Luigi Marra

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