Che cosa c’è prima della cura

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Esaminiamo la storia della persona che viene a consultare un medico. Egli attraversa una fase di salute presumibilmente lunga prima di ammalarsi e poi, dopo una serie di disturbi che hanno attirato la sua attenzione, sente che non può farcela da solo. Tanto tempo per ammalarsi, poco per accorgersene. Che cosa vale di più? La malattia oppure il tempo che l’ha generata?

Il problema è che una persona, dopo aver sviluppato qualcosa che non conosce, cerca aiuto in un’altra persona alla quale riconosce le prerogative per risolvere i suoi inconvenienti.

Una serie di supposizioni dunque: la prima, quella di avere qualcosa che non va, la seconda, che sia possibile rimediare, la terza, che sia una questione medica, la quarta, che il medico sia in possesso dei requisiti per aiutarci.

La malattia è tale soltanto perché non abbiamo consapevolezza, altrimenti, qualora possiamo individuarla in quanto tale, saremmo già in grado di correggerla. Essendo in grado di farlo però, come mai ci ammaleremmo?

Il destino di un uomo è difficile riconoscerlo attraverso gli occhi di un altro uomo, perché, se fosse il contrario, dovremmo ammettere che, nella condizione umana è possibile addirittura che la natura dei percorsi sia talmente diversa da renderci completamente illeggibili a noi stessi. Ciò però è contrario al buon senso comune secondo il quale, nonostante tutto,   siamo immersi in un’unica situazione di precarietà esistenziale. Altrimenti, come mai anche un medico può ammalarsi di cancro e morire?

E poi…..se la medicina o meglio o  l’esser medico, fossero depositari dei mezzi obiettivi di conoscenza, perché continuano ad ammalarsi le persone che potrebbero godere di tutta questa conoscenza e potrebbero mantenersi in salute con la migliore arte di prevenzione possibile? Evidentemente la sanità, come la chiamiamo, come pure i suoi rappresentanti di vario genere, non possiedono effettivamente i mezzi per svolgere il compito attorno al quale si configura la propria  ragion d’essere.

Stando ai fatti (siamo pieni di dolore, disagi e malattie), non appare rassicurante nessuna garanzia di “civiltà” per chi viene al mondo, un mondo capace  di assicurare un posto letto, magari dopo la visita effettuata privatamente nello Studio del Primario. La malattia resta imperscrutabile nelle sue origini profonde e soltanto abbiamo la sensazione di poter controllare i meccanismi che la generano e la rendono possibile al posto della salute.

Se sostituiamo la chiave di lettura e passiamo dal concetto di disfunzione al concetto di risultato ovvio di una serie di comportamenti ed eventi, allora non occorre più parlare di sistemi per curare le malattie, ma piuttosto di logiche e di strumenti conoscitivi per consentire alle persone di non ammalarsi. Non sto parlando necessariamente di quel  settore che chiamiamo Igiene e Medicina Preventiva, sto alludendo ad una filosofia caratteristica di scelte di vita che sono diverse da quelle che il Sistema continuamente propone ed incoraggia.

Quando il paziente decide di andare dal medico, già è partito un meccanismo che potrebbe condurre alla guarigione, però soltanto nella misura in cui sia possibile davvero uscire dall’abitudine e riconoscere i reali diagrammi di flusso dell’esistenza umana. Come può un Sistema malato ed ammalante riconoscere le vie da indicare per recuperare la salute? L’unica cosa importante del motivo della consultazione del paziente è la sua volontà di modificare la situazione.

Le logiche preventive per essere davvero in grado di migliorare le condizioni di vita delle persone non potrebbero essere originate all’interno degli ambienti in cui dicono di operare. Tanto è vero che più andiamo avanti e più è complesso ed articolato il network di patologie che attanagliano il mondo. Per non parlare della malattia più grave, diffusa e misconosciuta: la perdita dei connotati peculiari della natura umana nella sua eleganza ed armonia. Le persone sono spinte sempre più a comportamenti che favoriscono il benessere personale a scapito di quello della comunità, rubano, ignorano i problemi altrui sulla scorta di un buon senso malato che li autorizzerebbe a non ritenere problemi propri quelli che  superano le soglie del proprio garage. Le persone giocano in borsa, speculano per far saltare i bilanci dei propri concorrenti, usano il danaro come mezzo di tortura e non per mediare il riconoscimento reciproco della dignità di tutti gli esseri umani. Le persone pretendono di essere assicurate di un qualcosa che, nel momento in cui è raggiunta, significa la rovina di un proprio simile. Le persone implorano e poi spariscono senza gratitudine oppure fanno causa se tutto non è andato secondo il migliore degli auspici. Le persone soffrono sempre di più di nevrosi di indennizzo, in una società che riconosce i colpevoli senza comprendere i meccanismi che supererebbero i piani della colpa individuale. Le persone denunciano chiunque possa rappresentare un’occasione di risarcimento danni.

Le persone ingannano “per lavoro” e credono di non avere obblighi morali per questa ragione.  Le persone entrano nelle scuole ed uccidono altre persone che stavano sognando il proprio futuro e guardavano il cielo dalla finestra. Le persone costruiscono armi perché questo è un investimento sicuro. Le persone prestano soldi a chi ne ha bisogno, ma soltanto quando non possono fare altro che capire come possono riaverli indietro con gli interessi più alti possibili. Le persone talvolta si chiamano parenti e litigano dimenticando quanto vergognoso sia trascurare i legami che la vita ci propone più immediati per esprimere ogni nostra dote di comunicazione e solidarietà. Così i fratelli si trasformano spesso in mastini impazziti, alla morte dei propri cari, proprio quando dovrebbero accettare il testimone della vita e dei valori di chi li ha messi al mondo.

Le persone indossano la giacca e la cravatta per confondere sulle personali ed originali intenzioni tutti coloro che incontrano, rimanendo però eleganti e soprattutto in etichetta. Le persone sfruttano il bisogno della gente per arricchirsi ad ogni costo, dimenticando che ogni loro potere potrebbe essere usato diversamente.

Le persone usano il loro potere per spadroneggiare sugli altri e non si chiedono che cosa proverebbero se fosse il contrario. Poi piangono quando accade.

Ma non è finita qui: le persone fanno di tutto per stare male e poi imprecano Dio e pensano che tutto a loro accade. Le persone tentano la fortuna sino ad ammalarsi e poi negano le proprie responsabilità quando va male. Le persone mangiano tanto tanto di più e poi assumono farmaci per controllare i livelli di colesterolo, ma fanno l’adozione a distanza di chi potrebbero invitare alla propria tavola.

Le persone nutrono nel loro cuore il desiderio di riuscire ad avere un posto di lavoro e non si chiedono se, facendosi raccomandare, negano la possibilità di sistemarsi a chi forse lo meriterebbe di più oppure non ha la forza di chiedere. Poi ci sono quelli che sperano nell’onestà, nella giustizia, nella provvidenza, ma continuamente devono fare i conti con le difficoltà che la loro stessa innocenza crea.

Le persone si ammalano e chiedono aiuto, pensando che con i soldi si riconquisti persino la salute ed il diritto alla vita. Il paziente è uno di loro ed il medico anche, però giocano al medico e paziente, come altri a guardia e ladro!

I percorsi di malattia si intrecciano con i nostri lavori, la solitudine, i sogni infranti, le speranze, le disillusioni e cantano fra un’alba e l’altra, fra una vita e l’altra, cantano motivi che vengono da molto lontano, che nemmeno riusciamo a riconoscere nella loro origine.

Che cosa c’è prima delle cura? Prima della cura c’è la vita. Vi è tutto ciò che viene sempre prima di qualunque cosa, il suo progetto, quella sottile atmosfera che, quando ancora altro non vediamo che i mattoni ed il cemento, rende possibile immaginare la casa come se fosse già costruita.

Che cosa chiedere al medico per guarire? Quando aspettarsi la novità che restituisce la salute? “La ringrazio, Dottore, per non aver fatto nulla per me”… Per non aver parlato, per non aver raccontato la sua vita, permettendomi invece di raccontare la mia, grazie di aver fatto silenzio e di non aver guardato l’orologio mentre  non trovavo le parole per spiegarmi. Grazie per avermi insegnato il senso della povertà, la condizione per non ammalarsi di troppo.

Persino la malattia, in un paese viziato, rappresenta un lusso per pochi a disposizione di tutti. L’incontro più importante della vita è quello con il nulla. Il tempo può essere resettato soltanto attraverso il nulla. Quando il nulla entra a far parte della nostra vita, inizia la magia della ricchezza ad ogni angolo. Soltanto il nulla ci consente di riappropriarci di ogni nostro bene interiore.

La condanna è non poter parlare di sé a nessuno che sia in grado di ascoltarci. Si! Perché quando parliamo di noi, stiamo guarendo, stiamo producendo il ritratto della nostra vita e possiamo finalmente guardarlo ed impreziosirlo con le pennellate più importanti.

Parlare sempre e non essere disposti a formarsi per l’ascolto è in sé il germe della forma più grave di malattia, è la pochezza che genera l’abbondanza del male.

L’ascolto ed il silenzio non esistono più di quanto non esistano la quiete e la disponibilità.

Non è possibile fondere il ricordo della salute alla malattia finché non dimentichiamo chi siamo stati per arrivare  a stare male. E non sempre vale la regola che dobbiamo diventare chi volevamo essere.

Impegnatissimi come siamo a cercare di essere ciò che volevamo essere, dimentichiamo di dimenticare chi siamo per lasciarci andare ad essere altro.

Ricordiamo alcune forme di terapia. Il conforto e le cure rappresentano gli strumenti essenziali dell’amore e rendono inutile il senso di attaccamento nella misura in cui riempiono la giornata di chi ama e di chi riceve amore in uno scambio continuo di ruoli.

L’amore è una dimensione liberatoria dalle nostre quotidiane frustrazioni, ci libera dall’egoismo e ci fa sentire vivi e soddisfatti. L’amore di coppia, poi, non può non essere biunivoco e realizza un vero e proprio mutuo soccorso nell’avventura esistenziale della nostra vita.

Attorno a che cosa fiorisce l’amore? Può solo un’energia speciale ed universalizzante essere il nucleo di aggregazione elettivo di una relazione che solo secondariamente diviene sociale, religiosa e tutto quello che normalmente invece si ammanta di amore.

Attenzione alla genetica! Di ereditario, in Medicina, vi è soltanto quello che passa da un medico all’altro.

La maggior parte del lavoro medico comune è fatto di sforzi diagnostici supremi strumentali e di laboratorio e tralascia in modo supremo il riconoscimento diagnostico della persona.

Il dolore è lo strumento fondamentale di evoluzione che serve ad ogni forma di vita. Quando un paziente grave giunge al termine, prima di morire, finalmente non  ha più dolore, come se non occorresse più soffrire. Forse perché la sofferenza serve alla vita, non alla morte?

La guarigione ci attende, come l’alba attende e segue un tramonto. Un tramonto ci guarda, come l’alba ci coglie di sorpresa, ma OGNI GIORNO!

Per i meravigliati, increduli che un Medico possa scrivere così, si consideri che: “L’atto medico viene vagliato dai singoli sulla scorta di un senso comune che tutti mostrano di riconoscere, ma che nessuno sente davvero suo e riesce a comprendere pienamente.  In pratica, i singoli seguono il senso comune più per fanatismo e specialmente quando sono assieme che per convinzione o quando sono soli. Nella reale pratica medica, quella in cui si incontrano le persone nella loro singolarità, viene “spontaneo” fare diversamente, cioè partire dal particolare per capire il generale. Ciò non può essere fatto partendo dall’appiattimento che soddisfa il senso comune. In questo modo però la medicina sforna i suoi successi più grandi, quelli che fanno parlare e che muovono sempre più altre persone da una visione di massa ad una visione più coraggiosa del proprio sentire individuale. E’ solo l’originalità che rende ragione a tutti.

La revisione utile per un progresso scientifico della medicina non parte da piani lontani dalla cultura dell’uomo e dai fondamenti che determinano la qualità della vita sulla Terra.

Stamane sentivo in televisione che stanno aumentando le manifestazioni di violenza e le liti anche pericolose alla guida dei veicoli in situazioni di traffico. Il giornalista spiegava che tale situazione sembra, per certi versi, eccitare le peggiori caratteristiche dell’essere umano. Alcune scuole guida hanno già proposto dei corsi di “psicologia del traffico”  per formare i guidatori in modo  tale da evitare spiacevoli conseguenze.

Tuttavia penso che non abbia senso perseguire alcuna dinamica di comportamento al di fuori dell’effettivo ambito di interesse. L’ambito, in questo caso, non è l’abito (è voluto il gioco di parole) automobilistico delle persone. Occorre rivedere gli schemi, le aspettative, gli obiettivi degli uomini, per poter modificare gli obiettivi dell’Uomo ed incarnare attraverso il cambiamento la tensione evolutiva della specie.

Probabilmente, per quanto riguarda la guida nel traffico, occorrerebbe rifare alcune tappe del cammino che conduce al senso di proprietà del veicolo e a quella vaga sensazione di impersonalità del “mezzo guidato”, che, assieme ad una miscela di distorsioni quotidiane di ogni genere, alimenta un pool di sfumature tali da essere così frequenti e nel contempo arrecare disagio ad altrettanto tanti esseri umani. L’interrogativo apre le domande ma non esaurisce le risposte.

Così sembra che debba essere per la Medicina: recuperare il senso del tutto per potersi occupare meglio di ogni singolo problema, soltanto apparentemente, inspiegabile e magari ingiusto.

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