Il mistero dell’attenzione agli altri

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Il mistero dell’attenzione agli altri

Le parole vengono dalla risultante di una vibrazione impressa alle corde vocali dal flusso dell’aria che le lambisce nella posizione da esse assunta. Infine, il suono che viene originato dall’interazione di tali fattori viene emesso e raccolto sull’onda di codici depositati e che regolamentano una vera e propria ricetrasmissione. Ciò che si ascolta esiste già in una banca dati dentro di noi e dipende dalla nostra nazionalità, cultura e situazione, ma soprattutto dalla nostra attenzione.

La comunicazione non sarebbe possibile se non potessimo cancellare il tempo, quello che riguarda il deposito iniziale delle informazioni, quello in cui esse sono giunte ad un’espressione matura, quello in cui è stato possibile imparare a riconoscerle. Soltanto il tempo divide queste tre fasi che però sono tutt’uno, attimo per attimo, ogni volta che il miracolo del linguaggio si ripete.

Un bambino sordomuto naviga attraverso altri canali per imparare a comunicare e ci riesce benissimo, ovviamente in un modo completamente diverso.

Ognuno di noi impara a parlare ed anche ad ascoltare nella propria singolarità, sebbene con codici estesi ad un gruppo sociale. Occorre però il “sentire” corale, pena l’inutilità del dire. Il riconoscimento dei significati richiede poi un ennesimo livello organizzativo che richiama esperienze pratiche e simbolismi arcaici raccolti nell’oceano della vita.

Tutti parlano, tutti ascoltano, nessuno forse ha imparato a fare silenzio, una specie di attitudine costante a continuare ad imparare qualcosa di nuovo per modificare il proprio linguaggio e soprattutto per rimanere pronti a capire dimensioni che non abitano ancora nella nostra interiorità.

Per non parlare del pensiero, l’attività immaginifica per eccellenza che tutto può rendere e tutto può cancellare fin dalle sue premesse più germinali. Il nascere delle idee è come il volo delle rondini a primavera: non si sa mai quando arrivano né quando andranno via, eppure esistono ed occupano un posto importante in quella scansione del tempo che non possiamo leggere in un calendario oppure nell’orologio. Il tempo, lo scorrere delle nostre percezioni proiettate sullo schermo di ciò che chiamiamo vita. Come in un cinematografo, potremmo spegnere le luci, accendere il proiettore e stare seduti comodamente a guardare il film della nostra vita, come se non fosse la nostra, come se non ci appartenesse. Soltanto l’idea di esistere ci rende protagonisti di quel film che non capiamo essere potenzialmente il nostro film.

Piccoli esempi soltanto, per capire che non è possibile mantenere la convinzione di aver capito, perché la comprensione non esiste che come riflesso del nostro movimento di fronte alla nostra coscienza che può essere più o meno speculare. Il tempo, passa, ritorna, corre velocemente, mentre noi siamo fermi nella centralità del nostro ruolo di attori tutti da scoprire e valorizzare.

I ruoli, le parti, le scene sono soltanto ologrammi che minimo vengono dall’ombra della nostra coscienza.  Quando il sogno si guarda allo specchio, nasce la realtà e si innamora di noi. La musica, con i suoi ritmi è regista e crea la colonna sonora del senso profondo della vita che in noi determina il passaggio dall’universo al nostro cuore che batte per farci esistere.

Una grande pulsazione segna il passo del nostro incedere attraverso la percezione della nostra avventura esistenziale sul pianeta, dalla trascendenza e verso di essa per sempre. Come se il tempo non esistesse, come se non fossimo mai nati e non dovessimo mai morire, come se nascita e morte fossero delle noiose varietà del fluire liberamente nello spazio-tempo, ove la singola percezione si curva anch’essa, chinandosi davanti alla nostra anima.

Non sorge sole senza tramonto, non tramonta una vita, senza la fine del limite che ci imponiamo soltanto perché dimentichiamo la nostra eternità e la nostra continuità col Tutto.

La vita del pianeta pulsa allo stesso ritmo di quell’onda che cavalca l’universo e propone il nostro canto nella sua versione più corale.

Se pensiamo a quanto ci affezioniamo ai beni, persino quando questi sono affettivi, come per giustificarci nel farlo poiché trattasi di beni non materiali! L’equivoco sta proprio nella convinzione di poter dare un valore a qualcosa, quando nulla ha valore se non come riflesso del valore che noi stessi rappresentiamo, qualora scelti come attori protagonisti della nostra vita.

Quando, medico, incontro in visita una persona, si ripete ogni volta il miracolo della grande emozione che l’incontro fornisce a chi attende nuovi segnali attraverso l’attenzione agli altri. Una meravigliosa avventura di condivisione e di fiducia che rende il medico la persona più fortunata della terra. Quando un essere ne incontra un altro. Che bella l’immagine del medico con il suo fonendoscopio che ascolta il cuore ed il respiro del suo prossimo tutto emozionato da questo singolare modo di avvicinarsi tra due esseri. Il simbolismo è fortissimo, la leggenda dell’amore rivestita di sapere e di professionalità. Il bambino che colloca finalmente la sua vocazione d’amore al servizio degli altri.

Mi chiedo: passerà qualcos’altro attraverso quel fonendoscopio? Riesce a passare forse l’interesse del medico per il suo paziente, l’emozione del paziente, le sue aspettative, il profumo della vita, la nostalgia di figure che si sono presa cura di noi quando ne avevamo bisogno?

Dicono che gli angeli ci assistono. Lo fanno forse anche quando il medico chiede al suo paziente di che cosa ha bisogno?

Riuscirà il medico a capire anche quello che non è stato insegnato nei libri dell’Università, quello che il paziente mai avrebbe il coraggio di raccontare e che è invece  davvero l’unica cosa importante della sua vita?

Possono, attraverso il fonendoscopio del dottore, passare i “numeri” che spiegano altro e che dicono di più di un emocromo o di una radiografia?

E’ forse tutto ciò di competenza del medico? Senz’altro! Sapete perché? Perché esso è di competenza del paziente! Tutto il paziente occorre per “fare” diagnosi.

Come sarebbe bello se facessimo riscrivere i libri di patologia dai pazienti che hanno patito la malattia, il dolore, la sofferenza, la solitudine e la paura.

Un nuovo linguaggio attende chi vuole comunicare non parlando soltanto delle malattie, ma raccontando di sé e delle proprie giornate sulla terra. Perchè ritornano  in mente il nome, il cognome, il volto, gli occhi, la voce….di pazienti morti da vari decenni e rimasti vivi nel cuore di un medico che li ha assistiti?

Quando era consentito assistere un paziente fino alla morte, senza paura che qualcuno potesse accusare il medico di averla determinata!

Altri tempi? Ebbene, l’attenzione del medico alla persona non solo non può essere dannosa a nessuno, ma è l’unica garanzia di presenza reale al cospetto del mistero della sofferenza. Quando dimentichiamo ciò, può accadere che un paziente sia assistito “perfettamente”, ma muoia disperato in solitudine.

“Buonasera, dottore, posso disturbarla? Ho bisogno di chiederle qualcosa”. Siamo sicuri che il paziente   chiederà davvero ciò di cui ha bisogno?

Quante volte ho capito che dietro la malattia vi era un racconto che soltanto il medico può autorizzare a rendere. E quanto la prognosi dipende dalla capacità del medico di prestare attenzione al suo fratello che gli tende la mano chiedendo aiuto?

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