poesia in PROSA

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poesia in PROSA

Questa è una storia, che non avrei voluto raccontarvi, perché è una storia troppo triste. Occorre, comunque che io la racconti, perché è una storia troppo vera.

Inizia quando una bimba, dopo alcune settimane che già camminava, sentì, per la prima volta, una musica, che proveniva da lontano e, magicamente,  per la prima volta, danzò.

Era strano, perché ella non aveva ancora visto danzare nessuno, ma ebbe il dono di sentire la musica, e volle danzare.

La vita non ripete sempre ciò che ha raccolto. Talvolta, non si sa bene perché, nascono dei fiori di qualcosa da tutt’altro. Mentre il suono del vento giunge da lontano, qualcosa, già in corsa, sta lasciando la terra donde quel suono è iniziato.

Si creano mulinelli, come vortici, che portano lontano tutto ciò che ha generato il senso del suono stesso.

Arriva sempre, sempre di più, sempre da più lontano, come la brezza del mare, che bacia la terra, ma non si sa dove inizia.

Il destino di ogni nostro gesto è come il suono e cerca il senso, mentre prende corpo, attraverso i nostri mille attimi di spasimo.

Ma stavamo parlando di una bimba, che non ricordava dove, ma aveva già visto ballare la figura di una donna leggerissima, che si chiamava……forse….ma non importa ora.

Crebbe, la bimba, e volle ascoltare tutte le sinfonie che le arrivavano, talmente da lontano, che non era possibile capire bene che cosa le avesse generate.

Era possibile udirle, al solo chiudere gli occhietti, mentre ella posava il capo fra i ricordi di vite precedenti, inconcluse e piene, ancora, di anelito.

I suoi genitori, erano due angeli caduti dal cielo, direi, per il troppo peso, lavoravano, ed avevano dimenticato i motivi stessi per i quali avevano pensato un giorno di cercare un lavoro.

Uno di loro, una donna, era diventata sindaco di una città importante, ed era molto rispettato, anche se in fondo un giorno era stata una mamma.

L’altro, colui che generò la bimba danzante, era, invece, vigile urbano, nella stessa città, dove la sua donna era diventata sindaco.

Il tempo passava e, la bimba, sempre più ispirata, danzava sempre meglio e, quando sollevava i piedini da terra, sembrava non dovesse posarli mai più. Era meravigliosa, ma i suoi genitori erano sempre troppo impegnati, per il lavoro, per i soldi che non bastavano mai, per gli straordinari, solo di lavoro, che si susseguivano incessantemente e non consentivano loro nemmeno di accorgersi che avevano un angelo in casa, che danzava e volava al cielo della poesia più sublime, portando con sé tutti coloro che potevano guardarla.

L’avevano voluta, tanto e l’avevano allevata, con tutto l’amore del mondo, i suoi genitori, coloro che l’avevano, cioè, generata.

Questa bimba, che non ha il nome del mondo, ma quello del mondo che arriva  e che parte dall’universo che ella aveva dentro di sé, diventò, presto molto brava, davvero.

Un portento, dicevano i suoi insegnanti, ma non potevano immaginare che cosa ella avrebbe dovuto vivere, proprio per quella danza che la rendeva così libera.

Viveva e respirava, danzando, fluiva attraverso il palpitare del cuore delle persone che la guardavano e chiudevano gli occhi, mentre riuscivano a sentirla ancora ed era come se la vedessero anche ad occhi chiusi. La bimba c’era sempre, una volta che qualcuno l’avesse vista danzare, anche un solo minuto, ella non andava più via dal ricordo degli umani, affrettati, ansiosi, presi da tutte le loro faccende e, induriti dal lavoro, ma che dico, dal denaro.

Era come se, quando ella danzava, ogni cuore potesse ritrovare un’armonia profonda che aveva dimenticato, per le corse e i falsi bisogni che si erano affastellati nel corso della propria vita.

Un sogno, forse era più materiale dei suo passetti, che, crescendo, divennero ormai voli, veri e propri, piste di decollo che aprivano lo sguardo verso l’infinito, un infinito che gli adulti, facilmente dimenticano, quando si fanno prendere troppo dalla “parte”.

Il tempo percorreva il suo sentiero, e il destino volgeva verso la storia che vengo a raccontarvi, mentre chiudo gli occhi, anch’io, e sogno, insieme a tutti, un tipo di mondo che appartiene alla parte bambina di tutti, tutti noi.

I genitori della nostra bimba, non riuscendo a fare diversamente, si erano abituati all’idea che il loro angioletto riuscisse ad esprimere dimensioni così importanti e così necessarie per le persone, per la loro vita nascosta, quella che tira fuori qualche lacrima, quando ci si ferma a pensare, trasaliti davanti allo spettacolo dell’arte.

L’arte è quella via che conduce sempre alla parte nascosta della nostra anima, che corre, ma ha perso memoria di poterlo fare.

La leggerezza è un dono che resta , nei danzatori, come la firma autentica della parte più profonda  dell’essere umano al cospetto del mistero della vita stessa.

Ho sempre dovuto lottare, non poco, quando i genitori richiamavano, al buon senso di trovarsi un lavoro, i loro pargoli, cresciuti, che avrebbero voluto lanciare troppo precocemente nel mondo pesante della realtà, parlo di una realtà che ritiene l’arte un’occupazione astratta e inutile e, soprattutto, incapace di garantire un sostentamento economico adeguato.

Una strana forma di sicurezza viene trovata nell’insicurezza della perdita dei talenti più originali, che rappresentano, da soli, la parte più sicura dell’esistenza stessa.

Ecco perché, molti genitori non tollerano che i propri figli possano pensare alla loro arte come ad un lavoro.

Erano diverse estati che la nostra bimba, che ha un nome, ma non dirlo….. è come tenere chiuso il sipario prima che si esibisca…mostrava di annoiarsi, quando chiusi  i corsi, per le vacanze estive, doveva fermare la propria crescita artistica e doveva dedicarsi al altro, perché gli insegnanti andavano in “ferie”.

Per lei era sempre più difficile vivere senza danzare e danzare senza vivere. Occorreva che in qualche modo si creasse la situazione perché lei potesse esprimersi, ma stava accadendo qualcosa!

La danza non era più soltanto l’attività di scuola di danza, ma tendeva sempre più a configurarsi come l’anelito della propria vita, per esprimersi e dare qualcosa agli altri. Infatti era sempre più chiara l’indispensabilità di danzare per trasmettere le proprie emozioni e la propria visione della vita alle altre persone, perché potessero essere coinvolte  nel viaggio di armonia e crescita interiore che lei sentiva essere la sua missione sul pianeta.

Il dono della bimba divenne il dono di una giovane ragazza che sognava ormai ad occhi aperti di esibirsi, fuori degli schemi della scuola  e delle performance di rappresentazione ufficiale.

Un giorno, la bimba, io la chiamerò sempre così, capì che la strada era il luogo dove poteva raggiungere il cuore di molte persone, proprio come  ella sentiva il bisogno di fare.

Tentò di spiegare la sua idea a mamma e papà, ma questi erano troppo impegnati e non capirono nemmeno di che cosa ella stesse parlando.

Insomma, per farla in breve, un giorno, la ormai ragazza di 15 anni, senza avvisare nessuno della sua iniziativa, decise di esibirsi in piazza, in una città vicino alla sua, quella in cui i suoi genitori lavoravano.

Prese il suo  stereo, una tuta nera, che non aveva mai indossato e quasi aveva dimenticato in fondo ad un cassetto, una maschera da arlecchino molto salda al volto e corse alla stazione a prendere il treno che l’avrebbe condotta alla felicità: esibirsi in pubblico e fare sognare le persone che per caso sarebbero passate di là.

Finalmente sarebbe stata una star e tutti l’avrebbero applaudita solo perché avrebbe evocato, con la sua danza, l’armonia più bella nei viandanti. Che magia, che emozione,  senza dire niente a nessuno!

In un attimo, il sogno si realizzò, non aveva mai danzato così bene e fu, veramente, una cosa strepitosa, ricevere tanti applausi da quel cerchio di anime commosse, che attorno a lei si riunirono, attratte dalla grazia dei suoi movimenti  e dalla poesia che trapelava da ogni sua movenza. Era al settimo cielo.

All’improvviso, nella musica armoniosa e nell’aria pervasa dalla sua gioia, si udì, stridente e sinistro, una specie di fischio.

Non si capiva bene che cosa fosse, ma, all’improvviso, due agenti di polizia municipale  si presentarono, affrettati, ed interruppero lo spettacolo, spegnendo lo stereo e facendo cessare la musica.

……si fermò, come mai era accaduto, sembra che fosse andata via la corrente,  invece, era piombato l’ordine, quello pubblico, che le impediva di esibirsi per strada. Le regole vanno rispettate e, in quella città, un’ordinanza del sindaco aveva sancito che fossero vietati gli artisti di strada.

Uno dei due agenti era il papà dell’angioletta, ma non poteva sapere che, dietro quella maschera di arlecchino, tenuta così aderente al volto, si nascondeva sua figlia.

Un trambusto, alcuni passanti intervennero, degli spintoni, alcune grida, l’agente di polizia municipale, senza volerlo dette una spinta, che, infine coinvolse la “bimba”.

….perse l’equilibrio, lei che era abituata a volare, lei che aveva riconosciuto il padre, ma non aveva avuto il coraggio di togliersi la maschera. Era una sensazione strana, mai provata prima, stava volando, come se danzasse, ma non sarebbe atterrata con grazia, come sempre!

Cadde, di faccia a terra, e sentì solo un gran dolore al naso, ma sino in gola, sino al cervello e poi, dopo una lacrima, spirò.

La musica era già finita, ma, non si sa perché, riprese da sola e gli agenti, raggelati dalla scena, si chinarono subito su quell’arlecchino caduto dal cielo.

Immobili, spensero le loro radio, non avevano la forza di usarle, eppure avevano fatto il proprio dovere!

Le persone, in silenzio, qualcuno spense la musica, definitivamente, era “Sur le toit du Monde”, di Michel Pépé. Il tramonto tolse l’ultimo raggio di sole, dietro il riverbero del campanile della piazza.

Il padre della “bimba”, sentì il calore dell’ultimo respiro dell’angelo caduto e la riconobbe, era lei, come era possibile!!!!

Il nulla si impadronì del suo sguardo che non distingueva più le immagini, ma ricordava solo vecchie scene dell’infanzia del loro angioletto:”papà, da grande, voglio ballare per le persone e farle sognare”.

Un sogno si infrangeva contro le regole, applicate nel modo più severo possibile, quanto inaudito, si chiudeva il sipario e il sole salutava alla fine di una giornata di spettacolo, dal titolo “la vita, la sua poesia e le regole”.

Questa storia, che nasce da una orribile verità, che la società nasconde dietro le regole, è il senso di un mondo che non perdona l’improvvisazione, nemmeno quella artistica, quella che porta l’artista, coraggiosamente,  a rischiare e a mettersi in gioco, nelle piazze del mondo, per il solo fine di esperimentare una forma di comunicazione antichissima, come lo spettacolo per le strade, a caccia della magia dello sguardo incantato dei passanti.

Ho sempre provato un enorme senso di gratitudine verso tutti coloro, che con qualunque clima e spesso, nella precarietà più spinta, avevano una luce negli occhi, mentre suonavano, ballavano e, in ogni caso, ci riportavano ad una dimensione della nostra vita, di cui, tutti abbiamo bisogno.

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La strada, quella che corre dietro ai passi, quella che è fatta di attimi immensi e sfuggenti, quella che ti sorride dietro all’angolo e non capisci se la luce che vedi negli occhi dei passanti appartiene a loro o se sono stelle filanti (Ultimo).

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Penso…, che non sia il caso nemmeno di dubitarne,  ma sempre penso, in qualche modo, che l’arte, almeno l’arte, sia e debba essere l’espressione, da meno regolamentare, da meno incarcerare, da lasciare nascere, l i b e r a, come i fiori di campo nei prati delle emozioni della vita (S. Rainò).

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L’artista merita di esprimere il suo talento e la sua personalità, perché l’arte rende totalmente liberi.

L’artista, non ha solo un suo ruolo, ma, esprimendosi, regala quel senso di libertà, a chiunque, consapevole o no,  l’abbia persa lungo il proprio cammino.

L’arte, in tutte le sue magnifiche sfaccettature, secondo il mio modo di vedere, ma soprattutto secondo il mio modo di sentire, porta all’armonizzazione degli animi, dei luoghi e del pianeta intero.

Il rispetto per gli artisti, per le loro performance, dense di sacrificio, ci consentono di  sognare. Nonostante tutto…, sognare è ancora possibile. Non ci sarà nessuna regola che lo vieterà mai ad artisti e non. L’arte riunisce tutti attorno a un sogno, allo stesso modo (Grazia Gramegna).

 

2 COMMENTI

  1. Una bella storia, triste, che i genitori dovrebbero leggere per tempo
    La mandero a due famiglie con figli piccoli, con la preghiera che ognuno la mandi ad altri due, se ne condividono il messaggio
    Una buona vita a te, Riccardo

  2. Miei cari, penso che, in fondo, ognuno di noi sia un’artista, in quanto ha delle doti.
    L’unica verità sapete qual’è? Non ammetterlo.
    Però, un semplice gesto di riconoscimento, una parola spesa per apprezzare qualcuno è molto importante.
    Io sono sempre dell’idea: un grazie o un modo di apprezzare non è mai di troppo. Ciò vale più di un compenso monetario. Voi siete artisti e lo sarete per sempre. Grazia non mollare mai.

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