Fra sogno, bisogno e realtà: il segreto dell’immortalità

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Fra sogno, bisogno e realtà: il segreto dell’immortalità

Che l’essere umano sia condotto da un naturale destino ad introdurre, acquisire, avere, è fatto più che noto.

Meno noto è il meccanismo con cui gli apporti si realizzano, le funzioni regolatorie, i motivi per cui qualcosa può non funzionare e possono determinarsi anomalie della vita.

L’essere si identifica nel momento in cui traspare il contenuto che lo determina. Il contenuto può essere più o meno trasparente, a seconda della stratificazione spaziotemporale degli apporti.

La termodinamica della vita vuole ogni entità in rapporto con l’ambiente, di cui essa stessa diviene una forma specifica organizzativa e rappresentativa, nella misura in cui ne diminuisce il livello di entropia.

I livelli organizzativi possono accedere a strutturazioni così complesse da rendersi originali e completamente staccate dall’ambiente, ma esso, l’ambiente, in ogni caso è l’origine delle varie forme di apporto. Vi è comunque un’intelligenza selettiva nell’assortimento costitutivo dell’individuo che è radicato nell’ambiente comune agli altri individui, ma se ne distacca, nella misura in cui esprime progettualità eteree che non dipendono dal terreno. Come due semi a pochi centimetri nel terreno, così due progetti escono dal silenzio totipotente e realizzano sviluppi del destino completamente  eterogenei ed appartenenti a mondi diversi.

Insomma, l’apporto di elementi ambientali firma l’originalità dell’essere e ne determina la qualità, il destino, la fortuna.

Criteri adattativi possono compromettere la differenziazione utile verso diagrammi di flusso anche imprevedibili sino all’assurdità nei confronti del contesto. L’adattamento contestuale porta alla normalità, quello originale porta all’espressione del genio.

Cibo, insegnamenti, modelli rappresentano apporti possibili, ma soltanto nella misura in cui l’introduzione dell’elemento trova disponibile la progettualità del divenire individuale.

Vi è da decidere se l’apporto debba essere determinato oppure indeterminato: nel primo caso diamo più importanza al progetto,nel secondo caso, invece, prevale la fortuna dell’investimento, ove il rischio dell’impresa è legato più ad elementi oggettivi che soggettivi.

Una tavola imbandita è piena di mille opportunità di gusto e valore nutrizionale, ma rischia di essere soltanto occasione di indigestione se non vi è un ordine che guidi la selezione degli apporti.

Gli apporti dipendono dalla volontà contestuale e dagli intenti di chi ha imbandito la tavola, ma, senza commensali, non vi sarebbe spazio per le preferenze e nemmeno per il riscontro. Troppo cibo tutto assieme determinerà la saturazione precoce degli organi del gusto e di quelli dell’utilizzazione dei costituenti fondamentali. Conseguentemente si perderà la preziosità possibile della scelta, i contenuti saranno troppo solidi nella loro materialità e rovineranno la trasparenza dell’essere, che risulterà torbido ed annichilito dalla materia.

E’ la crisi della progettualità, intesa come trasparenza dell’essere, riempita di troppe possibilità tutte contemporanee ed incompatibili con lo svolgimento dell’esistenza. Come se dessimo tutta l’acqua necessaria per tutta la vita di una pianta in un solo istante, soffocando la pianta stessa e facendola marcire.

Esistono dei codici di accesso graduale alle risorse della vita, essi regolano gli stili di approccio e le modalità di riempimento dei nostri bisogni. Non esiste possibilità regolatoria nell’abbondanza. La nostra società è una macchina che vuole trovare ordine ed armonia in un caos di apporti di ogni genere che priva gli accessi di qualunque facoltà discriminatoria utile.

Le vacche grasse comprimono quelle magre e rendono indistinguibili i bisogni elettivi, confondendo le situazioni ed oltraggiando il diritto alla vita.

La civiltà degli eccessi procura l’eclissi della coscienza e riempie talmente tanto l’essere da comprometterne la trasparenza necessaria alla vita.

Da dove nasce il disordine che ci fa pretendere troppo, che ci fa desiderare troppi soldi, che ci fa introdurre troppo cibo, che ci vuole dipendenti da mille farmaci senza i quali siamo convinti di non poter rimanere in vita?

I ritmi dei bisogni diventano frenetici e non lasciano spazio per l’apprezzamento di ciò che abbiamo già ottenuto. E’ un modo di sognare che non ha più nulla a che fare con la natura del sogno stesso che è di per sé inconsistente. Un sogno troppo realizzato, così realizzato da non lasciare più spazio al sogno. Un’incarnarsi troppo profondamente nella materia tanto da consumarla e bruciarla, lasciandola priva di anima e costringendola ad estinguersi nella sua stessa materialità. Una materia per la materia, solida, densa, priva di quella cristallina trasparenza che caratterizza la vita e il suo mistero.

Ecco dunque  il segreto dell’immortalità.

Vive chi non finisce mai di venire al mondo.

Vive chi non smette mai di non essere un po’ come se morisse.

Vive chi pensa alla vita come se mai vi avesse avuto accesso.

Vive chi muore pensando di non aver ancora vissuto.

Vive chi lascia che il suo inizio non compia mai l’intero percorso.

Vive chi percorre la strada sentendosi sempre come ospite di una carovana  in cammino cui egli non  appartiene.

Vive chi non ha troppe certezze.

Vive chi cerca tutto ciò che immagina come se mai potesse esistere.

Vive chi esiste nella sua immaginazione e non ha timore di scommettere che è così.

Vive chi ama, chi non entra nelle sua passione, poiché la passione abita dentro di lui.

Vive chi non pensa a cosa pensare, chi non vuole che cosa volere.

Vive chi resta vuoto, chi non si riempie mai perché vuole rimanere trasparente.

Vive chi usa il cibo per aumentare la propria trasparenza, senza incarnasi troppo.

Vive chi lambisce la materia  così da non impantanarvisi mai.

Muore chi vive troppo, vive chi muore un po’.

Muore chi non pensa di essere vivo.

Muore chi dimentica di non essere solo materia.

Muore chi vuole vivere, ma non si lascia andare alla vita.

Muore chi sente la vita come una necessità.

Muore chi muore dentro per vivere fuori di sé.

Muore chi pensa che la vita sia tutto.

Muore chi non sa scommettere almeno una volta al giorno.

Muore chi non crede alla vita oltre la morte, come alla morte possibile in una forma apparente di vita.

Muore chi non accetta di non morire, ma non fa nulla per vivere.

Muore chi non muore alla vita.

Muore chi non vuole morire.

Muore chi non costruisce ciò che sente dentro.

Muore chi mangia per vivere e chi vive per mangiare.

Muore chi non vive per essere.

Muore chi dimentica che la vita è trasparente e leggera e non ha bisogno quasi di nulla.

2 COMMENTI

  1. Caro Salvatore,
    ti leggo da tanto, in silenzio e apprezzo molto lo sforzo che stai facendo per “apportare il tuo contributo all’ambiente” affinchè si concretizzi il tanto auspicato cambiamento di paradigma che prima o poi sostituirà quello cartesiano risalente al lontano 17°secolo ma ancora attualmente vigente e predominante. Il tuo scritto è sulla stessa linea di pensiero di un libro che sto leggendo in questo periodo. Si tratta de “Il punto di svolta” del grande Fritjof Capra. Così come in altre sue opere ben più note, il pensiero di Capra si orienta sulla cosiddetta visione sistemica della vita, ovvero una visione che vede l’interrelazione tra i vari sistemi viventi in un Tutto integrato. Attualmente viviamo ancora in risonanza con le forme-pensiero generate dal riduzionismo e dal meccanicismo post-cartesiano, ma qualcosa si muove sempre più verso il cambiamento di paradigma. Sebbene ci siano molte “forze” più o meno coscienti che remano contro, il cambiamento è inevitabile e presto sarà evidente anche ai più.

    Con stima e affetto,
    Giancarlo D.

  2. Caro Salvatore, come mi ero ripromesso, mi sono riletto con molta calma il tuo articolo. Ho colto il perenne contrasto tra spirito e materia,,,,tra l’essere e l’avere,,,,E’ scontato chiedersi da che parte tu sia schierato! La stragrande maggioranza della gente è disposta su di un altra riva,pronta ad accapigliarsi x comquistarsi uno spazio,un qualunque quid in più rispetto agli altri….
    per fortuna esistono o sono esistite figure che lasciano o hanno lasciato una profonda impronta.Come non ricordare a 25 anni dalla morte Enzo Tortora,pronto a battersi in prima persona per una giustizia più giusta,in difesa dei deboli e degli oppressi.
    Squarci di luce in un mondo troppo avvolto da tenebre cupe e fosche !
    un sincero saluto
    Aldo

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