Epidemia da coronavirus e non solo

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Epidemia

Una caratteristica di ogni epidemia è la fissità e la ricorrenza degli aspetti orbitanti attorno al fatto microbiologico.

Manzoni descrive bene tutte le sfumature.

Il sospetto imprime nella lettura di qualunque evento la paranoia della diffusione.

E’ impossibile spiegare alle persone la illogicità dei comportamenti che esse, massivamente, assumono.

Il corso del pensiero è obnubilato dal delirio di riferimento, che, in psichiatria, attribuisce automaticamente ad un soggetto l’origine dei propri mali.

Gli aspetti microbiologici, che sono appannaggio solo di alcune figure esperte e con bagagli culturali molto complessi, restano sullo sfondo e risultano completamente travolti dall’onda disinformativa, che si vanta di essere l’unico canale serio per comunicare le novità al pubblico.

Per esempio, se una persona si è recata in viaggio in una regione,  e in quella regione è stata data notizia di un contagio avvenuto, automaticamente si colloca il sospetto all’interno di quella regione, come se il contenitore del problema fosse divenuto la regione stessa.

Una situazione del genere è imbastita male sin dalle sue fondamenta, poiché, se si ragiona, al di fuori degli automatismi compulsivi, è immediatamente chiaro che il rischio di contagio non è legato alla situazione geografica della regione.

Le vie del contagio, se esistono, seguono logiche che non hanno nulla a che fare con gli aspetti geografici.

La stessa cosa è evincibile se si considera il fattore tempo.

Facciamo un esempio.

Una persona è documentatamente risultata affetta dalla malattia in questione. Inizia il conto alla rovescia, in cui si considera il numero di giorni che trascorre dall’esordio dei sintomi.

Contemporaneamente, si considera l’andamento della sintomatologia nel tempo, e si rapporta la risposta del paziente a quella che viene considerata la terapia utile per il quadro sintomatologico del caso.

Una griglia di meridiani di osservazione si interseca con le mille deduzioni che partono dall’assioma secondo cui ogni misura posta in essere per controllare il decorso della malattia sia di insospettabile efficacia e congruenza.

Però, l’esperienza consente di dimostrare che spesso le misure terapeutiche usate non sono il massimo per migliorare il decorso, quando addirittura non pongono le premesse per un aggravamento inusitato dell’evoluzione.

Facciamo un altro esempio.

L’India ha dichiarato ufficialmente che l’omeopatia è il sistema ideale per prevenire e curare le situazioni correlate all’infezione da Coronavirus.

Anche se una dichiarazione del genere può fare inorridire tutti gli ignoranti che ancora si ostinano ad infastidire la dottrina omeopatica, in effetti, ad armi deposte, è inoppugnabile che i sintomi della malattia in questione siano un gioco da ragazzi per qualunque Medico Omeopata esperto.

Che cosa accade dunque?

Semplice.

Vi sono delle nicchie di cultura e di anticultura, dei pregiudizi, che infirmano la verità, creando situazioni di vuoto osservazionale, riempiti solo dalla mistificazione.

Si, perché la mistificazione consiste in tutto ciò che si allontana dalla realtà effettiva.

La realtà effettiva non corrisponde praticamente mai con le deduzioni che si avvicendano nello svolgimento delle situazioni reali.

Un dato epidemico certo è l’aspetto psichiatrico delle deduzioni paranoiche utilizzate per schermarsi dalla nevrosi collettiva, che funzionalmente è a caccia degli untori e che ha bisogno di vittime sacrificali da immolare sull’altare dell’ignoranza, mantenuta dai mezzi di comunicazione che non conoscono la scala di grigi nella  processazione delle pseudoverità.

Quasi nessuno sa che un virus è fisiologicamente una macchina da trasformazione continua, atta ad incontrare la fortuna biologica di un investimento sulle risorse degli organismi ospiti.

Non vi è una mappa della contagiosità, ma soltanto una mappa dei rilievi riconosciuti tali da una rete confusa e lontana dalla realtà.

La contagiosità non è legata agli incontri e ai contatti, ma alla vulnerabilità momentanea di chi non ha ancora “conosciuto” il germe, e può diventare un portatore sano, un malato che guarisce, una persona immune in partenza, una persona che soccombe, un espressione di decorso anche completamente diverso da quello di un’altra persona.

I rilievi allora non sono la tracciatura dei movimenti di un individuo sino a prova contraria compromesso, ma i meccanismi che favoriscono oppure no l’infezione e modulano la reattività individuale, che sono ben altra cosa.

Se così non fosse, oltre al Coronavirus, vi sono una miriade di microrganismi sempre pronti a dare patologie anche letali, cosa che accade ogni volta che sfugge il controllo della situazione e si creano le condizioni perché anche germi poco patogeni e poco virulenti creano grandi danni.

Ancora una volta, quando si parla di infezioni, i meccanismi di massa mal si prestano a fornire un’individuazione precisa del quadro che si sta svolgendo effettivamente di fronte ai nostri occhi.

Il mascherino non serve a proteggersi, al massimo riduce la diffusione dei fattori di contagio, ma sicuramente alimenta nevrosi collettive, che fanno male all’immunità, la distraggono e la incarcerano nel limbo, ove non può esservi protezione, perché la paura genera immunodepressione grave.

Lavare troppo le mani è fonte della distruzione del film idrolipidico che umetta la pelle e protegge anche dalle infezioni.

Le dermatiti detritive (da consumo), da eccesso di lavaggi e applicazione di sostanze, per esempio disinfettanti, spaccano la pelle ed espongono alle infezioni anche da parte di germi abitualmente inoffensivi.

La verità è che  l’unico aspetto attendibile, quanto difficilissimo da tracciare, è l’efficacia dei meccanismi di risposta delle entità viventi minacciate dal tentativo deprogrammante di questi frammenti, che sono i virus.

Lo stesso vale anche per i germi.

Facciamo un esempio.

Le persone che vivono in una comunità sono molto giù di morale, vessate, infreddolite, malnutrite.

Il loro meccanismi  difensivi lasciano facili soluzioni di continuo,  che aprono le porte all’infezione.

Questo “luogo” non è un luogo geografico, ma si tratta di un luogo geometrico, all’interno del quale gli elementi presenti soggiacciono ad una serie di prerogative che faciliterebbero l’infezione, ma poi vi è la risposta dell’organismo alla stessa.

Si intravede il concetto di patogenicità e di virulenza, cioè di probabilità statistica di dare malattia e di capacità effettiva di procurare un quadro patologico allarmante.

Pensate che il virus erpetico, capace di procurare malattie anche letali, vive, in condizioni normali, indovato nel gangli nervosi della persona, ma non apporta patologie.

Deve sopraggiungere un calo dell’immunità, per fare in modo che il virus si faccia strada lungo le terminazioni nervose a giunga a rendere visibili le sue lesioni sulla pelle, sulle mucose, oppure a carico di organi e apparati.

Quindi, lo spostamento del virus da una persona all’altra è l’ultima delle ipotesi che supportano l’espressione dell’infezione.

Ipertrofizzare troppo l’importanza di qualunque microrganismo è senza senso ed è pericoloso per l’equilibrio sociale e per le risposte immuni, che decidono l’andamento delle malattie.

Come si nota, il mio discorso è ricco di “grigi”, l’immagine è densa di pixel, non si tratta di quell’iter forsennato e automatico che porta le persone di un condominio a vietare ad un ragazzo, che rientra da un viaggio, di poter fare ritorno a casa sua, perché egli è reduce da una regione in cui è stato annunciato il contagio.

La logica scientifica non segue la logica psichiatrica, del delirio, della paranoia, della compulsione fobico-ossessiva, del tam tam della stampa e della televisione, che bramavano da anni di avere tra le mani notizie piccanti sulle quali muovere l’attenzione morbosa delle masse, come accadeva nelle arene.

Ovviamente, tra le maglie strette dei dettami comunicativi speciali di situazioni epidemiche, resta incastrato facilmente il buon senso, con la collusione dei primi agonisti, che da qualche parte, hanno innescato la pandemia della deformazione dell’inconscio collettivo.

Grazie alla realtà nascosta dei fatti, l’unico destino di una malattia infettiva risiede nell’ordine della biologia, che risponde, e nella capacità del sistema sanitario di non stravolgere la congruenza delle risposte naturale per arginare il problema.

Quando si dice che gli immunodepressi hanno la peggio, non dimentichiamo che il miglior sistema per deprimere l’immunità è quello di combattere la febbre e la così detta infiammazione, che dovrebbe, invece essere chiamata ”sistema integrato  speciale per il reclutamento delle risposte immuni”, risposte immuni che vengono spezzate dai sistemi assurdi di terapia in voga negli ultimi decenni della nostra storia.

Affermo, senza tema di smentita, che l’unico sistema per ottimizzare la prognosi si qualunque quadro infettivo è di sostenere l’individuo in tutte le sue modalità reattive, per esempio, impedendo la disidratazione per febbre alta, ma senza maltrattare l’intelligenza reattiva dei sistemi immunocompetenti, che sono il fulcro della risposta,  e che hanno al centro la febbre.

Non pretendo di negare l’importanza della sindrome da Coronavirus, e nemmeno l’importanza delle risposte sociali per contenere il fenomeno, ma non posso essere d’accordo sulla banalizzazione globale e sulla pochezza degli stili medici impiegati, per non parlare dell’assenza assoluta di qualunque buon senso nella gestione intellettiva dei reali sentieri che potrebbero condurre all’estensione della malattia.

Se il nostro sistema sociale funzionasse correttamente, in primis, sarebbe stata precocemente avviata la reclusione forzata dei responsabili della così detta sperimentazione balorda, fatto di cui si parla come di un comune evento  di cronaca. Ed è finita lì.

Nel frattempo, si alimentano mille rivoli di confusione, col risultato di attivare tutte le peggiori dinamiche esponenziali, che non hanno mai giovato alla soluzione intelligente di ciò che gli umani chiamano epidemia.

Vi sono mille raffreddori e mille influenze, che mietono vittime, anche in questo caso andrebbe esaminato il meccanismo per il quale una persona soccombe all’infezione: malattie predisponenti, errori terapeutici, errori comportamentali, situazioni aggravanti di ogni genere, che nulla  hanno di relativo al senso del contagio e della diffusione.

Pochezza, tanta pochezza, inefficienza e bassezza di tutti gli agonisti istituzionali, mista a tanta, tanta fraudolenza, vigliaccheria ed assoluta mancanza di etica.

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