Dal profondo del cuore, sede di scienza e coscienza

0
297

 

Dal profondo del cuore, sede di scienza e coscienza

In breve, è giunto il momento che io parli dal cuore, perché è consentito ancora pensare, e perché parlare di ciò che si pensa è ancora oggetto, potenzialmente speciale, dell’evoluzione effettiva di un contesto dinamico.

Di fronte alla fissità della dialettica, resa come assente, nei fatti, ma indispensabile per la vita, è un dovere fondamentale attuare i codici di sopravvivenza legati ai diritti atavici della vita stessa.

La vita è il bene più grande ed assoluto e, per nessun motivo, nessuna persona può arrogarsi il sia pur minimo diritto di violarla.

Le sfumature verso la violazione dei diritti inalienabili non sono ammesse nel mondo della coscienza.

La coscienza è una funzione più grande degli individui e della comunità.

E’ soltanto possibile accedervi, in misura variabile, a seconda delle situazioni e delle possibilità.

Come si fa a capire se una situazione determinata da una persona o da un gruppo ristretto di persone è fisiologica oppure anomala?

Semplicemente, è innato nell’uomo il senso della misura, che, in condizioni normali, non forza il pensiero a cristallizzare in un modo rigido.

La fluidità dello scorrere della vita è incompatibile con la rigidità impositiva di qualunque regola, che viene percepita come costrittiva.

Di fronte al divario fra costrizione e libertà, è sempre sano scegliere la libertà, perché una libertà violata, una costrizione smascherata pesano molto di più sulla coscienza.

E torniamo alla coscienza, che è una forma di consapevolezza applicata al proprio albero decisionale.

Pensate che i più grandi crimini della storia dell’umanità si sarebbero evitati, se soltanto si fosse dato ascolto alla coscienza!

Così anche per le grandi tragedie.

Negli antefatti dell’aberrazione, è sempre possibile riconoscere gli angoli di vuoto oscuro, lasciati dalle parti negligenti.

Secondariamente, nella ricostruzione postcritica delle vicende, è sempre possibile individuare i momenti in cui sarebbe bastato soltanto fermarsi in tempo, per evitare la tragedia.

Mi viene in mente la storia della diga del Vajont: sarebbe bastato prestare attenzione agli elementi di sospetto, invece che ipertrofizzare il senso delle simulazioni teorico-pratiche, che oggi sarebbero chiamate scientifiche, il cui fallimento determinò la morte immediata di 2000 persone, spazzando via, in un attimo, il paese di Longarone, il 9 ottobre 1963.

Quante morti sulla coscienza di pochi uomini!

L’epidemia più severa è ben meno grave della colpa per una manovra sbagliata condotta in tempi di pace e di salute ancora diffusa.

Se poi, commisto alla colpa, dovesse esservi il dolo, che è tanto più grave, quanto meno tecnico sia il ruolo del responsabile, contrariamente alla colpa, nelle stesse condizioni, allora, il corpo del reato è destinato a materializzarsi come vero e proprio crimine contro l’umanità.

Per nessun motivo, vorrei essere al posto di uno dei responsabili di fatti del genere, perché non solo finisce la storia della propria vita, ma si conficca nella storia del Mondo un pugnale insanguinato, che resta come ricordo di nefandezza ed efferatezza.

Comunque è sempre così, quando vi sono elementi di dissenso e ci si ostina ad opporvisi sistematicamente, allora, prima o poi maturano le condizioni per una smentita durissima, spesso traumatica, capace anche di spingere al suicidio chi ha ostentato sicurezza e poi non ha potuto esimersi dal baratro della constatazione del danno.

Nella nostra attualità, nello specifico, quella italiana, il modello di cui parlo si sta applicando alla lettera, per cui si intravedono già le prime falle, che attentano pesantemente alla tranquillità.

Vi sono persone responsabili di dare corso ai meccanismi applicativi più incerti e discutibili, ma il corso degli eventi indotti non si sta fermando e, ogni ora che passa, è sempre più evidente che la catastrofe si sta scagliando non solo sulle vittime, ma soprattutto su coloro che saranno additati come direttamente implicati nell’aver permesso il realizzarsi degli incidenti.

La mia vita professionale, di molti anni, ormai, mi rende chiarissima l’evoluzione dei tempi, perciò richiamo l’attenzione di tutti coloro, che come me, avrebbero gli strumenti per potersi accorgere degli stessi segni.

Invito ad assumere una posizione, che sia l’estrinsecarsi almeno del ragionevole dubbio.

Un’assunzione di responsabilità precoce potrà limitare il danno impareggiabile, di ogni genere, cui i professionisti andranno incontro, se continueranno a tacere.

Ripeto che non vi saranno limiti ai danni che si realizzeranno, senza alcun dubbio, che già si stanno realizzando, che capovolgeranno anche le regole per trattare le responsabilità e risveglieranno anche copioni antichi di punizione, che sono evitabili soltanto se gli agonisti della distorsione percettiva, di gravità senza precedenti, capiscono che devono fermarsi  in tempo.

Vorrei che le mie righe fossero sintesi assoluta e brillante dei dettami di quel mondo della coscienza, cui ho solo la fortuna di affacciarmi con chiarezza, un po’ di tempo prima rispetto ad altri.

Che sia la mia azione, percepita da chi deve, attuata da chi può, condotta oltre, definitivamente, perché configuri solo un’occasione per perdonare e per riammettere, finché siamo in tempo, allo sguardo della comunità coloro che avrebbero dovuto essere l’emblema della prudenza, della legalità e dell’etica al servizio della vita.

Tutto è già accaduto, quando, per esempio,  Sant’Antonio da Padova, a cavallo fra il dodicesimo e il tredicesimo secolo, ha fatto tremare le coscienze più incallite ed ha lasciato il segno indelebile nella Storia.

Invoco la parte libera della coscienza di ognuno, specie se più implicata nelle decisioni, a sporgersi con fanciullezza nel baratro, per rimanere attaccati alla vita propria e della comunità che si conduce.

Il destino di un Popolo è qualcosa di troppo grande, e sacro, per macchiarsi così le mani di sangue di chissà quante persone che, un giorno, saranno ricordate come innocenti!

 

LASCIA UN COMMENTO