Semi: riflessioni a Natale, nella poesia del ricordo

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Semi: riflessioni a Natale, nella poesia del ricordo  

(brano musicale consigliato come sottofondo: Fraîcheur Féerique sur une musique de Michel Pépé)

 

Ricordo che, fin da bambino, mi è accaduto facilmente di astrarmi in un mondo di sogni che non avrei mai immaginato ove avrebbe potuto condurmi. E’ la parte più strana  della capacità immaginativa di un essere umano. Talvolta la riconosco in persone che incontro, magari in visita, quando mi parlano della loro atmosfera interiore, nascosta e quasi fuggitiva rispetto a giornate fatte di impegni, scadenze, aneliti che nulla hanno a che fare con l’unica parte che mantiene viva una persona: quella ricerca di un nome che non si riesce a dare a “qualcosa” che brilla in fondo alla nostra coscienza.

Resta sempre un tempo in cui vorremmo poterci fermare per sempre, quando corriamo, quando cerchiamo, fuori di noi, un equilibrio fra le varie domande che la vita di tutti i giorni ci fa. L’importante è non dimenticare mai che abbiamo ricordato per molto tempo qualcosa.

Ricordare che, per molto tempo, è stato importante ricordare…..poi non dovremmo mai più sforzarci di recuperare un ricordo, perché esso è eterno, perché non è mai passato, perché dentro di esso non abbiamo bisogno di chiederci chi siamo e dove andiamo.

La poesia è il regno del ricordo, il regno dell’ignoto che resta dentro di noi a dare un senso a tutto ciò che, strada facendo, crediamo di conoscere. Quando avremmo conosciuto tutto, non potremmo più smettere di cercare di dimenticare.

La delusione più grande è sempre affiancata ad un ricordo, a qualcosa che non abbiamo più tra le mani e potevamo per sempre riconoscere come familiare. Quando ricordiamo, siamo in viaggio nel viaggio dei nostri viaggi, quello che non si percorre con un mezzo, ma che ci vede  spostarci attraverso la nostra sensibilità alla ricerca del senso della vita.

E’ come muoversi al rallentatore, in mezzo alla folla, mentre tutti corrono affaccendati, è come guardare tutti, uno ad uno, negli occhi, senza che loro possano vederci. Essi sono alla guida di un auto, dietro lo sportello di un pubblico ufficio, fra le bancarelle a Napoli, nella magia di Natale, a fare carburante, a distribuire volantini pubblicitari, a spazzare le cicche per strada, hanno una luce negli occhi, sono belli come quando erano fanciulli, i loro volti non hanno le rughe dell’età, sono di un colore rosa chiaro e non hanno gli abiti stretti, ma si muovono con sembianze che di umano ricordano soltanto il nome che ci danno alla nascita.

E’ un presepe, con tanti personaggi, quanti sono i desideri di quei bambini che non ci sono più perché si sono lasciati andare ad essere adulti. Adulti sicuri di sé, nell’insicurezza che una malattia diffusa ha loro insegnato essere la vita. La vita che non è il sogno di una vita, la vita che non è la vita di un sogno. Adulti che non riescono più a ricordare di aver sognato ad occhi aperti e non hanno creduto più nei loro sogni più belli.

Il laboratorio interiore è il luogo dove accadono gli esperimenti più importanti, quelli che accedono alla dimensione bambina dell’umanità intera, quando l’uomo poteva essere sicuro di  essere uno fra tanti, al centro di tutti, oltre una individualità che non garantisce ad ognuno la propria singolarità.

Questo linguaggio è come il volo di un angelo che passa dalla cima di una montagna al lago increspato d’argento, alle chiome verdeggianti dei giganti buoni della Terra. Oltre le cime dei grattacielo, oltre le mansioni degli stipendiati, che non sognano più perché hanno perso la voglia di farlo.  Ritorniamo bambini e ritroviamo lo sguardo dei nostri amichetti di scuola, ritroviamo il luccichio delle ghiande in villa, bagnate di rugiada al mattino, quando i bimbi non erano accompagnati in auto nelle loro scuole, tutte grembiuli e fiocchetti celesti.

Una volta, il PC era il gioco delle tre pietre e il Telefonino era la carta gialla intinta col pennino di ottone, pagato cinque lire in libreria di fronte alla scuola. Chi racconterà il passato alle generazioni future? Chi conserverà il ricordo per il solo gusto di farlo, senza prezzo, senza paura di perdere del tempo…..quello che non tornerà mai più indietro?

Da bambino, mia madre approfittava, vedendomi talvolta seduto, e non mancava di raccontare la sua infanzia, quando non c’erano i bagni, quando le persone si lavavano una volta al mese, quando la carne a tavola era una rarità, quando il bucato diventava bianco e profumato perché le donne lo lavavano con la cenere. Gli ombrelli non si gettavano via, ma c’era qualcuno che li riparava,  la salsa di pomodoro si vendeva a grammi nella carta oleata….e quanto era profumata! Se un raccolto andava male, erano guai, ma quanta dignità e quanta preghiera e i bambini non dicevano mai che il piatto in tavola non era buono. Era tutto così povero, ma ricco, e poi, non serviva convincere le persone che è impossibile risparmiare, perché il risparmio aveva un senso, non come oggi che un governo criminale si diverte a rincarare tutto ciò che ancora costava poco! La povertà è vietata, come vietata è la semplicità.

Che dire? Quante parole! Quanti ricordi! Quanta poesia, dietro i silenzi dei bambini che, d’inverno, guardavano incantati la neve che cadeva e rendeva tutti buoni e romantici.

Esiste un modo di essere che si rifà all’infanzia dell’umanità, alla semplicità di un tempo che sempre in meno saremo a ricordare e che ci spetta, in qualche modo, far conoscere a chi verrà dopo di noi.

In qualunque bottega, vi erano strumenti semplici, anche se ingegnosi, che non avevano mai bisogno essere sostituiti perché vi era qualcuno che li riparava e non li gettava ai lati delle strade. Vi era la qualità del fare che compensava la povertà del vivere e riempiva ugualmente il cuore di tutti. La civiltà era avanzata nella semplicità e non aveva bisogno di  pubblicità ingannevoli poiché l’inganno non serviva a nessuno. Era il tempo del silenzio per strada dopo il tramonto, era il tempo della gioia del ritorno a casa dopo il lavoro, era il tempo del calore sotto le lenzuola, quando si faceva l’amore per non sentirsi soli la sera dopo tanto lavoro. Era il tempo dei tempi, non si sa bene quando, non si sa bene dove, ma, se si vuole capire, bisogna andare a visitare uno di quei musei della civiltà contadina, pieni di chincaglierie di ogni genere, ove ancora si ode il martello del fabbro sull’incudine, ed il soffio del mantice sul fuoco.

Non vi è tempo migliore del Natale, per ricordare, per non lasciare andare via i ricordi che hanno in sé la poesia più soffice e calda delle nostre famiglie, quando gli uomini veri erano un po’ donne e le donne non erano diventate troppo uomini. Quando si aveva il tempo di non pensare troppo ai soldi, perché essi servivano poco ed erano davvero un peso da portarsi dietro con fatica. Dove, quando? Nei racconti dei nostri nonni, nella favole delle nostre mamme, sedute accanto ai nostri lettucci, a raccontarci altre favole, con l’odore del pane fatto in casa, a lievitazione naturale, di nome e di fatto.

Sogni e ricordi, ricordi e speranze, speranze e atmosfere, che non ritorneranno mai più! Che non possiamo lasciar cadere dietro la corazza che le disillusioni della vita hanno aggregato nelle lacrime che non sappiamo tirare più fuori e che non vogliamo mostrare nemmeno a noi stessi. Chi racconterà il passato delle nostre vite, quello che non si studia nei libri di storia, quello che non si racconta perché non è famoso? Interi vicoli, notti di preghiera, natali incantati sotto le stelle e con poco cibo, tanto pieno d’amore che saziava anche i poveri. Nulla riporterà le nostre strade verso quei vecchi con le cappe nere, seduti in villa, spezzati da una vita di lavoro nei campi, senza soldi e finanziamenti, ma con tanta dignità e tanta tanta forza nel loro cuore ardimentoso che di muretti a secco ne ha costruiti, che olivi ne ha potati e che uva ne ha raccolta per farne il miglior vino della vita.

Chi racconterà quanto era bello non avere niente? Chi racconterà come era bello sperare che andasse meglio, tanto si era abituati a non essere sicuri di niente?

Gli anziani, dopo aver consumato meloni, zucche e pomodori, raccoglievano i semi e li facevano seccare al sole, per conservarli e affidarli nuovamente al terreno che era prospero e non tradiva mai le nostre richieste discrete e mai veniva violentato con la logica del profitto ad ogni costo. Abbiamo venduto la Terra, la terra, il destino della Terra, il destino dei semi, abbiamo voluto possedere e vendere tutto, persino l’amore e i sistemi antichi per preservarlo e consegnarlo al futuro.

In che modo potremo tornare indietro? In che modo potremo restituire la vita alla Vita, come potremo tornare a sperare che “domani” andrà meglio”? Come avremo la forza di vincere se non conosceremo mai più la sconfitta?

Ho davanti a me gli occhi dei contadini e la voce dei miei Maestri, che non mi lasciano mai solo in mezzo alla notte, nemmeno quando fa molto freddo e l’umidità entra nelle ossa. Ho lo sguardo di mio padre che mi osserva in silenzio e, con gli occhi lucidi, mi stringe forte la mano. Ho le storie che mi hanno tenuto compagnia da bambino, ho lo stesso sogno che ebbi la prima volta che capii che cose è l’amore. Ho me stesso, ho tutto ciò che non capisco ancora, ho la speranza e la fame che provavo dopo le corse in bicicletta. Ho la vita, ho quel calore dell’alito dell’amata che mi ha fatto ringraziare Iddio.

Ho l’incanto della via lattea nel vento sulla montagna la notte. Ho l’orizzonte lontano sul golfo con le luci alla sera e quello strano brillare di tutte quelle anime laggiù. Non sento, non tocco, non vedo, non soffro, semplicemente ricordo, a mezz’aria fra  cielo e terra, fra la notte e il mattino, che poi volgeva al meriggio caldo e accarezzato dalle cicale fra gli alberi nel viale del giardino dei miei nonni.

Meno male che ricordo, meno male che sogno ancora, meno male che, quando una persona mi parla di sé, la guardo e mi perdo nei suoi occhi e chino il capo un po’ di lato per dirle in silenzio che la sto ascoltando. Meno male che mi emoziono se ascolto una storia importante e se qualcuno mi chiede di potermela raccontare.

Il tempo si ferma e torna tutto in sé ciò che la vita ha svolto troppo velocemente: è troppo per uno, è poco per due, è la musica per chi vuole condividere.

Semi, semi al vento, come foglie portate verso il fiume dalla pioggia lungo i pendii, è il sogno dei sogni. Parole non furono mai così atte a rendere ciò che non si può rendere, senza racconti, senza grammatica, senza senso, se non….un vago filo conduttore di chi è lì a raccogliere, appunto, semi al vento, piccoli e persi nella storia del mondo e del nostro passaggio vano fra una storia e l’altra.

La continuità della nostra vita, quella che ci porta un po’ indietro e un po’ avanti come per cullarci fra presente e futuro, per il bene di tutti, indistintamente dal tempo, in un soffio di amore universale senza regioni e senza competenze.

Siamo tutto ciò che qualcuno ha voluto, siamo tutto ciò che nessuno ha mai dimenticato, siamo quella piantina che nacque, un giorno, da un seme salvato, siamo …..siamo….siamo e per fortuna continuiamo ad essere, in compagnia, nel bene e nel male, al lavoro, in malattia, nelle carceri, nella giustizia e nella solitudine.

Siamo la speranza di chi conservò quel seme, di chi lo ha tenuto in tasca per anni o l’ha tirato fuori da un sacchetto ritrovato in soffitta e che non sappiamo da chi è stato conservato.

Siamo un seme, siamo una vita nascosta dentro un sogno che potrebbe non realizzarsi mai, senza speranza, senza coraggio, senza la luce e il calore dell’amore e dell’amicizia.

Questo dico a tutti, tutti coloro che un giorno, per caso, leggeranno queste righe e si chiederanno come stavo quando le scrissi. Sognavo, sognavo e ricordavo, speravo e stringevo forte un seme tra le mie mani perché volevo gettarlo al vento e che…..la pioggia lo affondasse nella terra e che qualcuno volesse raccoglierne il frutto e che …..un altro seme ricominciasse mille volte.

Con semplicità e con tanto silenzio nel cuore di quel bimbo che mi guarda dal mio sguardo mentre vado via  e lascio il segno, perché altri facciano lo stesso.

7 COMMENTI

  1. Di fronte alla bellezza di questo testo si rimane senza parole. Si evince la nobiltà d’animo, una spiccata sensibilità, un’attenzione alle persone e alla loro condizione di vita. Ci sarebbe tantissimo da dire, io mi ritengo fortunatissima per aver conosciuto una così brava persona, nonchè un medico attento non solo alla malattia ma alla persona. E’ IL MIO MEDICO, IL MIO PUNTO DI RIFERIMENTO…grazie di esistere!!!

  2. …la dolcezza delle parole, la forza dei ricordi, la purezza dell’infanzia, il candore di una melodia quasi celestiale, la magia del Natale…cosi, sottovoce come sai fare solamente tu, ci hai avvolti tutti con una sciarpa calda e soffice, ci hai abbracciati tutti in una volta sola, ci hai reso tutti infinitamente grati di aver condiviso ciascuno un pezzetto della propria vita con te…abbiamo avuto modo di gustare con te “il sapore di un pane troppo saporito per essere facilmente a disposizione di tutti”. hai pianto e riso con noi, abbiamo sorriso e sofferto davanti a te…tu ci hai guidato e indicato la strada accompagnandoci per mano, tu ci sei sempre stato. tu per me sei e rimarrai sempre un Mistero che ho avuto la fortuna di poter vivere. sei e sarai sempre insieme la forza e la grazia, la dolcezza e la fermezza, la conoscenza, l’umiltà e la fierezza. Grazie per aver ancora una volta voluto condividere con tutti noi il tuo mondo interiore. ci hai catapultati lontano nel tempo, lontano dalla frenesia che ci circonda e dal torpore interiore che ci pervade…grazie perchè ci sei.
    Giuliana

  3. “Sogno ad occhi aperti e ciò mi rende felice! Nel presente di una vita sognata, ieri … oggi … domani!”. <> … disse il seme germogliando lentamente. Ringraziò la terra, culla della sua vita, elogiò il buio e la luce. Non dimenticò di essere stato un seme e visse offrendo i suoi frutti con umiltà! …. (ezia) …. BUONA VITA a Te Salvatore!

    • manca un pezzo al testo …. che ho scritto!!
      Provo a rinviarlo!
      “Sogno ad occhi aperti e ciò mi rende felice! Nel presente di una vita sognata, ieri … oggi … domani!” . <> … disse il seme germogliando lentamente. Ringraziò la terra, culla della sua vita, elogiò il buio e la luce. Non dimenticò di essere stato un seme e visse offrendo i suoi frutti con umiltà! …. (ezia) …. BUONA VITA!

  4. Oggi pomeriggio sono salito sulla montagna.
    Un ora di cammino a cercare un sentiero che appariva solo sulle cartine. Tra ginepri,e piccole querce piegate dal vento.nude con i rami spogli, ho vagato accompagnato dall alito del vento che freddo spazzava il costone della montagna.
    Il silenzio era totale,solo il rumore dei miei passi,fruscio di erba piegata, di piccoli rami spezzati, di pietre che si spostavano.
    Poi forse un simulacro di sentiero sono riuscito a trovarlo,
    forse, ma il sole inesorabile precipitava all’orizzonte.
    tornero’,si tornero’ fino a ritrovarlo e percorrerlo fino in fondo.
    Il percorso del ritorno è stato gratificato dall’ineguagliabile visione delle Alpi baciate dagli ultimi raggi di sole.
    Poter ammirare questi scenari ,scolpirli nella mente,per non dimenticarli,per poterli rivivere,per commuoversi.

  5. mi sa che non ci sono riuscita …. provo a scrivere solo il pezzo che manca (ciò che disse il seme):
    Riconosco la luce perché esiste il buio; non temo il buio perché ho conosciuto la luce!

  6. Caro Totò,
    e io non riesco a dimenticare i racconti della nonna Teresina , ma, da ora, li racconterò a mio figlio piccolo e a me stesso…e penserò a te.

    Riccardo

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