Lezione di omeopatia (indicato specie per medici omeopati)

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Lectio  magistralis del Dr. Salvatore Rainò alla L.U.I.M.O. (16/12/00)

LA DIREZIONE DEI SINTOMI

 

Mi ritengo davvero molto onorato sia per la circostanza che per le persone alle quali mi rivolgo.

L’argomento di questa lezione è la direzione dei sintomi.

Vorrei che sapeste che lo spirito con cui mi appresto a farvi lezione è in effetti, più che quello del docente, direi quello di chi sta per essere esaminato, nel senso che mi pongo come obbiettivo di riuscire a stemperare le mie nozioni acquisite con l’elaborazione personale del  lievito energetico che esse contengono.

Voglio dire che penso che anche le nozioni siano dinamiche, senza con questo sminuire il valore degli aspetti dottrinari.

E poi, niente è meno assoluto dell’omeopatia.

Come medici omeopati inseriti in un contesto storico dovremmo sapere che nulla è più pericoloso del nozionismo.

Non è conveniente né salutare irrigidire il proprio sapere nelle nozioni acquisite, mentre risulta più conforme al divenire progressivo della nostra crescita una convalida continua di tutto ciò che rappresenta le nostre conoscenze.

Personalmente ritengo di essere giunto all’omeopatia, praticando questa regola che ho selezionato come il controllo di qualità più efficace di ciò che penso e di ciò che dico.

Vorrei che le mie lezioni non fossero soltanto un’esposizione della dottrina, ma che riuscissero a trasmettere i germi dell’elaborazione dinamica del sapere e che mi facessero sentire di aver assolto il mio compito nel momento in cui, quale docente, ho l’incarico di stimolare chi mi ascolta all’autonomia emozionale per compiere i propri  studi nel raccoglimento e nel silenzio, lontano da quest’aula, traendone il massimo profitto, grazie anche allo stimolo della lezione.

Secondo il mio parere la lezione migliore dovrebbe essere quella  che non ha bisogno di essere appuntata, perché viene svolta in un clima di tale partecipazione e di tale comunanza di intenti da non aver bisogno di penna che confermi ma di cuore che certifichi e come diceva Hahnemann dell’impiego di tutti i sensi per non lasciarsi sfuggire nulla di ciò che è necessario cogliere.

Potrei iniziare a parlarvi della direzione dei sintomi in vario modo, ma preferisco farlo citando Costantino Hering, illustre medico tedesco vissuto dal 1800 al 1880).

Il Dr. Hering ad un certo punto della sua vita, infastidito dall’omeopatia, decide di studiarla per poter pubblicare contro di essa.

Così resta rapito e diventa omeopata.

Inizia a studiare le dinamiche della guarigione osservando come guariscono i suoi ammalati.

Elabora la legge di guarigione in cui egli dice: ”La guarigione avviene dall’alto verso il basso, dall’interno verso l’esterno, dagli organi più importanti a quelli meno importanti, in ordine inverso a quello di comparsa dei sintomi”.

Si è abituati a considerare le malattie come compartimenti estranei all’esistenza della persona e quindi da scacciare e da sopprimere, senza chiedersi quale sia il loro reale significato.

Una dottrina come quella farmacodinamica macromolecolare non individua altra via d’accesso alla terapia se non quella di pilotare artificialmente l’espressione dei sintomi con l’intervento di sostanze attive su recettori.

I sintomi però non sono soltanto espressioni da cancellare, ma più che altro sono significazioni logiche del divenire della persona e possono essere compresi soltanto se inseriti nel contesto dinamico dell’individuo compreso nella sua eredità miasmatica, nei suoi tratti costituzionali, nelle modalità reattive  e nella discrepanza fra atavico e possibile così come si è realizzata nella persona fino al momento in cui giunge alla nostra osservazione.

Il termine sintomo deriva dal greco σύμπτωμα che significa avvenimento fortuito, ma anche da συμπίπτω che a sua volta è composto da σύν  (insieme) e πίπτω (cadere).

Mai quanto in medicina omeopatica il sintomo isolato non ha valore oppure rischia di averne poco se non viene considerato e studiato come inserito in un contesto sindromico.

La sindrome riveste un significato diverso in medicina omeopatica rispetto all’approccio allopatico, poiché,  mentre in patologia l’insieme dei sintomi considerati appartiene sempre al mondo della nosografia, in personologia, cioè in omeopatia, racchiude sintomi straordinari, peculiari ed eccezionali, molti dei quali  addirittura possono non interessare il medico convenzionale.

Nell’umano la più alta espressione dell’integrazione biologica è il linguaggio e quindi esso rappresenta il codice più fedele alla globalità della persona.

Il linguaggio consente di raccontare sé stessi fino alle  sfumature più squisitamente individuali.

Una persona mutilata nei suoi arti e gravemente menomata nella sua fisicità può esprimere tutta sé stessa finché è capace di riportarsi al suo linguaggio in qualunque modo, purché possa attingere al mondo figurato delle parole.

Ecco perché la sintomatologia più fine che un medico omeopata può raccogliere è sicuramente quella significata dal linguaggio, che è la stessa della Materia Medica Pura e si incontra con quella del paziente.

Non vi è possibilità di errore quando si ha la fortuna di poter disporre di sintomi veramente “parlati”.

L’utilizzo delle molecole farmacologiche per silurare soltanto il sintomo più fastidioso o doloroso, magari fisico, è ben lontano da quello del rimedio che corrisponde invece alla complessità espressa dalla totalità dei sintomi così come vengono colti nel corso della sperimentazione pura sul sano e rilevati durante la visita omeopatica, ritraendoli dalla sofferenza spontanea del paziente e riconoscendoli possibilmente nel linguaggio utilizzato dal paziente.

Le molecole sono giustificate dalla loro azione selettiva su recettori che renderebbero per così dire “scientifico” il proprio utilizzo,  io insisto col dire di quale scienza.

Con l’impiego della soppressione farmacologica dei sintomi, tutta l’integrazione complessa che presiede alla modulazione spontanea dei recettori  stessi viene bypassata e probabilmente gli sforzi terapeutici finiscono col creare dei cortocircuiti.

E’ come se pretendessimo di sostituire un fusibile bruciato con del  filo di rame spesso che non si bruci  per poi essere costretti a constatare amaramente la distruzione dell’intero circuito.

Vi è mai successo che il salvavita del vostro appartamento si attivasse togliendovi la corrente?

La prima cosa che avete fatto è stata probabilmente quella di ridare corrente, agendo sul contatore, ma poco tempo dopo la corrente è andata nuovamente via.

Se avete provato più di una volta a ridare corrente, avete poi dovuto confrontarvi con la spiacevole sorpresa di un elettrodomestico fulminato da affidare ad un riparatore per un intervento anche di un certo onere.

Ogni elettrodomestico ha un fusibile come ogni organo ha una riserva funzionale che ammortizza le disfunzioni energetiche finchè queste, perdurando, non procurino il viraggio al coinvolgimento di piani sempre più organici e meno funzionali con la contemporanea comparsa di fatti di natura lesionale.

Bisogna sottolineare che l’intervento del salvavita, pur privando la casa dell’energia elettrica, rappresenta una funzione attiva.

E’ la stessa situazione che si verifica ad esempio nel sistema nervoso centrale a livello di sostanza reticolare ascendente, dove l’attivazione di alcuni circuiti esita in un’inibizione di altri.

Voglio dire che anche le malattie, nella limitazione del grado di libertà che esse comportano, possono essere considerate come reazioni adattative di sistemi biologici integrati, che si manifestano attraverso sentieri che conducono all’espressione dei sintomi.

Il disagio della malattia diviene allora la chiave di lettura per rettificare le premesse profonde che hanno generato e che nel contempo rendono necessarie le manifestazioni patologiche.

Ricordo di aver assistito una volta ad una scena molto didattica in un’officina meccanica, direi una lezione di vita, di logica e di medicina.

Arrivò il proprietario di una vettura di gran classe cui il meccanico aveva sostituito il gruppo della turbina (che aveva un costo di circa tre milioni di lire).

Il disturbo presentato dalla vettura era stato un improvviso calo di potenza e la diagnosi del meccanico si era espressa riferendosi al blocco della turbina bruciata.

Il signore uscì per provare l’auto e pochi minuti dopo ritornò arrabbiatissimo perché la vettura inizialmente aveva presentato un comportamento normale e poi improvvisamente aveva perso potenza esattamente come prima dell’intervento riparativo del meccanico.

La verità purtroppo è che il meccanico non si era chiesto perché la turbina si fosse bruciata e l’aveva soltanto sostituita.

La turbina si era bruciata perché il circuito di lubrificazione dell’olio era ostruito.

Cioè avremmo potuto cambiare mille volte la turbina e l’avremmo sempre bruciata.

Forse dovremmo considerare gli organi sofferenti come fusibili in difficoltà e non dimenticare mai che dietro un fusibile vi è un circuito enormemente complesso con delle priorità anatomo-funzionali da rispettare.

Quando la Medicina non sarà più rivolta soltanto ai sintomi, ma presterà attenzione alla persona nella sua interezza, compresi i sintomi, e quando si sarà in grado di valorizzare tutti i sintomi ma proprio tutti i sintomi espressi dalla persona e non dalla malattia, allora si sarà realizzata quella rivoluzione scientifica di cui la Medicina ha bisogno per assurgere a dignità di scienza autonoma dedicata alla vita.

Quando cioè si considereranno sintomi anche quelli che un medico che non sia omeopata non è addestrato a riconoscere come tali e che in ogni caso non può valorizzare per una prescrizione di rimedio, allora il concetto di visita e di terapia si accosterà maggiormente alla reale complessità della persona studiata nel rapporto  integrato fra salute e malattia.

La cibernetica, la disciplina che studia le logiche dei sistemi integrati in virtù del rapporto fra input ed output, ci insegna che un sistema ben organizzato reagisce ad una sollecitazione dando sempre la migliore risposta possibile di cui è capace.

La malattia allora è la migliore risposta possibile che l’organismo fornisce, è l’esito della perturbazione energetica ed esprime la risultante delle componenti filogenetiche, ontogenetiche ed epigenetiche attraverso la persona nella sua sofferenza connotata dal suo assortimento miasmatico.

Il linguaggio dello sperimentatore e quello del paziente offrono garanzie particolari  di spessore sintomatologico.

Vorrei fare un  esempio: quando una persona  scansa qualcosa che si sta schiantando contro di lui, può anche commettere errori e pagarne le conseguenze, ma se sopravvive, potrà raccontare tutto ciò che è accaduto sicuramente con una  lucidità maggiore di quella possibile in precedenza.

Le parole rappresentano una sedimentazione dei vissuti e per questo permettono di accedere meglio alla scatola nera della vita di una persona.

I sintomi assumono spessore e rilevanza differenti nel tempo e si configurano in quadro sindromico ove la contemporaneità non è da cogliersi necessariamente come contestualità bensì come interdipendenza atemporale attraverso nessi causali che seguono la logica integrata dei sistemi biologici.

La perturbazione energetica interessa inizialmente soltanto la Vis Medicatrix Naturae, come lo stesso Hahnemann ci dimostra, e soltanto con la permanenza delle cause patogene essa riesce a penetrare inizialmente nelle dinamiche funzionali, quindi nel terreno organico ed infine, perdurando il blocco energetico, riesce a sconvolgere profondamente la vita potendone procurare anche l’interruzione.

Una profonda intelligenza biologica sa quale giusta sequenza sintomatologica realizzare per salvaguardare fino all’ultimo la sopravvivenza del sistema.

Esistono dei percorsi che l’energia distorta segue e che la reattività spontanea dell’individuo  utilizza per motivi sanciti probabilmente  da fatti di ordine filogenetico, dal gioco di selezione e delezione di caratteri che la moderna genetica assume nei termini di ricombinazione della banca dati posta  a disposizione della vita dalle  leggi dell’ereditarietà.

Tuttavia il discorso non si limita senz’altro a meccanismi di ordine genetico così intesi sensu strictu, come quando ad esempio gli allergologi parlano di atopia come diatesi genetica giustificante tutte le manifestazioni della storia naturale delle malattie allergiche.

Il problema è che oggi, in un contesto sociale  così medicalizzato, forse la storia naturale delle malattie,  che in medicina  ne significa l’evoluzione senza intervento terapeutico, non esiste quasi più e questo in fondo lo sanno molto bene anche gli allopati.

Vi è poca sifilide e poca blenorragia; ma siamo sicuri che l’energia di queste malattie non esista veramente più?

Anche un discorso di questo tipo aiuta a parlare di direzione dei sintomi, cioè può far comprendere che se una persona sta assumendo antibiotici ed antiinfiammatori per un ascesso del parodonzio e, in seguito ad un rapporto mercenario, riceve in quei giorni una carica di Diplococcus gonhorreae, non manifesterà i segni clinici dell’infezione acuta blenorragica, ma elaborerà una risposta alla noxa patogena che potrà essere enormemente grave per l’economia globale dell’organismo, molto di più che se avesse contratto la gonorrea.

I sintomi verranno deviati, mascherati e distorti in partenza e, non ci si dovrebbe meravigliare se , due mesi dopo quella persona uccide la propria famiglia e poi si suicida oppure se tenta un colpo in banca o se si ammala di carcinoma prostatico.

Se le persone sono le cellule del sociale, alterare l’elaborazione dei vissuti biologici ed individuali non sarà privo di ricadute per il sistema sociale stesso che subirà l’urto delle cariche miasmatiche per così dire mal risolte.

E’ il caso ad esempio delle manifestazioni eczematose degli infanti che, soltanto dopo soppressione farmacologica con sostanze epicutanee,  virano in manifestazioni più profonde a carico delle vie aeree e/o digestive oppure danno manifestazioni a carico di altri organi ed apparati, compreso il sistema nervoso centrale.

Lo sforzo della malattia è quello di ripristinare i flussi centrifughi che il miasma prevalente realizza e che l’intervento di fattori esterni quali ad esempio i farmaci sopprimono.

L’utilizzo dei farmaci è determinante nel modificare l’espressione dei sintomi e nel complicare l’evoluzione della malattia.

L’organismo finisce per essere impegnato in un doppio lavoro e cioè non solo quello che già stava svolgendo per porre in atto meccanismi esonerativi naturali ma anche quello per correggere i sabotaggi iatrogeni che deformano ed alterano più o meno profondamente l’azione della Vis Medicatrix Naturae.

Paschero dice che la legge di guarigione corrisponde alla legge universale della conservazione dell’energia.

   La Vis Medicatrix preserva l’equilibrio psichico della persona ed è una corrente efferente di energia che emergendo dal primogenito istinto di vita, la volontà d’amore, l’integrazione col mondo, trasmette all’apparato muscolare, fino alla superficie, questa volontà di realizzazione, così come fanno gli elettroni con l’atomo.

   Ogni volta che questa corrente energetica subisce un’interferenza, si produce un blocco dell’energia in un organo o in un settore dell’economia dell’organismo e si sviluppa la lesione patologica.

La persona sana è attraversata dall’energia che fluisce liberamente garantendo un ampio grado di libertà in ogni momento.

Ancora una volta il linguaggio della persona può essere uno degli indicatori più precisi di questo fluire libero e di ogni suo tipo di  limitazione.

Il grado di libertà viene ristretto in varia misura nel momento in cui l’energia deviata subisce un’interferenza nella sua normale fuoriuscita.

Per cogliere la logica con cui si esprimono i sintomi, è necessario soffermarsi anche sulla teoria tossinica, dalla quale dipendono il concetto di alternanza morbosa e di periodicità della patologia assieme a quello di metastasi morbosa.

La periodicità si estrinseca nel fattore tempo, mentre l’alternanza si estrinseca nel fattore luogo.

L’organismo intossicato cerca tutte le possibili vie di eliminazione.

La soppressione di eruzioni spesso operata con mezzi farmacologici crea metastasi cioè tentativi di esonerazione tossinica che sono costretti a forzare la logica con cui i sistemi biologici si decomprimono naturalmente rispettando delle priorità che salvaguardano gli organi più importanti dai processi patologici, impegnando preferenzialmente strutture periferiche come la pelle e le mucose.

Lo stesso dicasi per tutte quelle manifestazioni che ancora oggi, nonostante i profondi studi di tipo immunologico, restano accomunate nella vaga terminologia di malattie reumatiche e che altro non sono anch’esse che manifestazioni di ordine metastatico, espressioni mutate di sforzi esonerativi che l’organismo avrebbe orientato in modo differente in assenza di soppressioni.

Eppure proprio asma e reumatismi sono ancora una volta oggetto di ulteriori atti terapeutici farmacologici che altro non inducono se non alterazioni più profonde e di gravità maggiore per l’economia globale della persona.

In oncologia medica il termine metastasi si riferisce a localizzazioni secondarie di un tumore maligno sorto a carico di un organo.

In medicina omeopatica, se riflettiamo con attenzione, probabilmente già il tumore è l’ennesima metastasi che si realizza dopo una serie chi sa quanto lunga di altri meccanismi metastatici che magari sono iniziati nella prima infanzia con l’applicazione di steroidi locali per l’eczema atopico.

Dopo il primo errore, le tappe possibili rappresentate da ulteriori soppressioni con corrispondenti metastasi possono essere di tanti tipi: le vaccinazioni, la terapia farmacologica dell’asma subentrata all’eczema rientrato, l’ablazione chirurgica delle tonsille e perché no anche delle adenoidi, l’asportazione di una leucoplachia del cavo orale, l’escissione di un tramite fistoloso sacrococcigeo, l’emorroidectomia, la terapia con anti H2 di una gastrite erosiva, la terapia anticolinergica di un alvo diarroico, la criochirurgia di formazioni verrucose cutanee o di condilomi genitali…

Persino il tumore mammario o l’erosione della portio uterina possono rappresentare l’esito di un estremo tentativo di eliminazione che l’organismo realizza in fondo tramite la mammella che è una ghiandola escretrice e l’utero per l’appunto che è un organo eliminatorio per eccellenza.

Ricordo un paziente che conoscevo molto bene, il quale non sopportava nemmeno la rinorrea di una corizza e tentava di sopprimerla subito con numerosi farmaci… ebbene questa persona, pur non essendo un colelitiasico né un  alcolista ha sviluppato un adenocarcinoma altamente indifferenziato della colecisti che l’ha condotto a morte in pochi mesi.

Quante volte, dopo l’assunzione del simillimum, nel ritorno dei sintomi, si manifestano eczemi che erano rientrati tanti anni prima e, soltanto  dopo la risoluzione spontanea di questi, volge a guarigione l’asma o la malattia reumatica per le quali il paziente si è rivolto dall’omeopata, ma soprattutto si colgono i segni di un processo di guarigione che investe tutta la persona nei suoi piani mentali, psichici, sensoriali ed emozionali quando non addirittura animici.

Verruche e condilomi rappresentano già sintomi di uno stato tossinico profondo, di una incapacità prevalentemente sicotica della persona ad orientare i suoi flussi esonerativi in modo conveniente o addirittura costituiscono, con l’ipertrofia reattiva tissutale al termine di un meridiano di eliminazione, una sorta di fusibile, che, come accennavo prima, vede qualunque atto chirurgico di ablazione come una manovra inutile se non addirittura dannosa.

La decantazione tossinica può rendere ragione di una sierosite altrimenti inspiegabile del ginocchio o di un versamento pleurico misterioso e, in questi casi, persino la lateralità della manifestazione patologica può contribuire alla diagnosi differenziale fra rimedi per essere certi di poter prescrivere il simillimum, sempre nella certezza di aver ben identificato la totalità dei sintomi che vi corrisponde.

Tutti i sintomi hanno una spiegazione che necessita della conoscenza della legge di similitudine.

Il vero filo conduttore di ogni buona terapia è la sua individualizzazione ed una terapia individuale non può non basarsi se non sulla legge di similitudine.

Il terreno del paziente conserva memoria dei sintomi che hanno lasciato impronta e spiega anche sulla scorta di questi l’evoluzione della storia che ha condotto alla manifestazione dei sintomi dell’attualità.

Ancora una volta il linguaggio risente plasticamente delle esperienze che hanno plasmato l’intera persona.

L’orchestra che esprime  la sinfonia di tutti i dinamismi della persona, compresi i sintomi delle sue malattie, rappresenta il divenire che anima la vita e che Hahnemann riferisce al conseguimento degli alti scopi dell’esistenza.

Qualunque logica terapeutica non può prescindere dal considerare lo sviluppo centrifugo della vita quale l’unica logica da assecondare e promuovere, fin nei minimi dettagli di ordine fisico.

Lo stesso Hahnemann nelle Malattie Croniche riporta una vastissima serie di osservazioni svolte, non soltanto da lui, osservazioni in cui impera evidente lo sfacelo che segue ad una serie di soppressioni farmacologiche di manifestazioni che inizialmente periferiche, divengono  sempre più profonde man mano che l’organismo si vede costretto a realizzare metastasi morbose o alternanze di patologia.

Il concetto di metastasi morbosa come quello di alternanza di patologia permette bene di comprendere lo sforzo dell’energia bloccata di recuperare un movimento centrifugo.

Si pensi che la maggior parte delle espressioni sintomatologiche con cui si manifestano le patologie sono in ogni momento la risultante di una miriade di fattori sia farmacologici che sociali che di fatto modificano l’espressione spontanea del disagio.

Si rifletta su quello che sarà di un paziente che per un Lichen si è rivolto ad un dermatologo e che subisce una violenta soppressione farmacologica con steroidi ed ansiolitici, ma che non racconta, perché non gliene viene data la possibilità, che le sue manifestazioni sono iniziate dopo una sofferenza psichica profonda.

Si rifletta su ciò che accadrà quando tre anni dopo il paziente si recherà dallo psichiatra e, senza raccontare nulla del suo Lichen, riceverà magari una terapia  farmacologica  antidepressiva.

Questi esempi servono a comprendere che i sintomi delle malattie così come potrebbero apparire staccati nelle varie epoche della vita del paziente, spesso sono collegabili ad un’unica forza che non è stata compresa e che è stata ripetutamente soppressa, ricacciata all’interno della persona, ignorandone la capacità devastante nei confronti di piani sempre più profondi fino alla perversione degli aspetti più animici.

Mi viene in mente un signore che conoscevo molti anni fa, prima che mi laureassi in Medicina, e che era affetto da una forma eczematosa molto vistosa.

Soltanto quando comparve una corea penosissima, le sue manifestazioni cutanee scomparvero completamente, il tutto ovviamente all’ombra di intensi trattamenti farmacologici per la cura della  dermatite.

Il rimedio, attraverso la sua dinamica infinitesimale, è in grado di promuovere nuovamente il giusto orientamento delle esonerazioni.

La legge di guarigione si estrae bene dall’osservazione degli sviluppi che seguono la somministrazione del rimedio.

Tali sviluppi ritraggono in modo retrospettivo le logiche dell’organismo utilizzate nelle manifestazioni patologiche, permettono di scorgere la direzionalità dei sintomi e di intravedere quell’intelligenza del sistema che orienta la storia naturale delle malattie e spiega anche particolari evoluzioni morbose a seconda degli interventi terapeutici tentati dai medici.

Soltanto la somministrazione del rimedio riesce ad orientare nuovamente le dinamiche biologiche nella direzione più conveniente all’economia generale della persona.

Il rimedio comporta uno sblocco del dinamismo energetico alterato e ciò è reso evidente dal successivo ripristino delle eliminazioni.

Infatti niente di più facile che manifestazioni essudatizie,  catarri e scoli di ogni genere si manifestino dopo l’assunzione del rimedio e preludano a miglioramenti significativi della patologia principale della persona.

Il paziente spesso riconoscerà nelle caratteristiche di tali manifestazioni l’impronta di fatti verificatisi in passato nella sua vita e quasi sempre soppressi con trattamenti farmacologici.

E’ suggestivo notare che molto spesso il paziente racconta di aver rivissuto stati d’animo ed atmosfere emozionali correlate a tale passato ed anche in questo caso il linguaggio rappresenta la cerniera tra eventi e vissuti e  media i rapporti fra individualità morbosa e medicamentosa.

Il ritorno di sintomi si configura sempre nel rispetto della legge di guarigione e l’attivazione degli emuntori successiva all’assunzione del rimedio è sempre un segno prognostico favorevole.

Il mio cane era affetto da criptorchidismo sx. e, sulla totalità dei sintomi che comprendevano un mentale molto particolare, quando egli aveva otto mesi, gli ho somministrato una dose di Pulsatilla 200k sciolta in acqua.

Nei due giorni successivi egli manifestò inappetenza con vomito e diarrea copiosi tanto da lasciare stupefatti per la quantità e la frequenza delle scariche in uno stato generale di apparente benessere.

In quinta giornata dalla somministrazione, il testicolo sx. che era ritenuto ad almeno quattro centimetri all’interno del canale inguinale, si affacciò, minutissimo, all’anello inguinale esterno e nel giro di poche settimane raggiunse dimensioni e consistenza paragonabili a quelle dell’altro testicolo, e di lì non si è più mosso.

Sembra quasi che un chirurgo invisibile abbia sbrigliato il funicolo, allungandolo ed abbia posizionato il testicolo nella borsa scrotale, fissandolo e consentendogli così di godere di un trofismo normale.

Tutta questa rivoluzione istologica così complessa è stata preannunciata da manifestazioni emuntoriali di tale importanza.

Dall’osservazione dei casi clinici, si evince sempre che la guarigione è un movimento centrifugo esonerativo sia quando la dinamica è spontanea che quando, grazie all’azione del rimedio, si ripristina la giusta direzione dei sintomi.

I sintomi sono, nella giusta significazione di flussi energetici orientati, le tappe del divenire della persona sulla scorta dei meccanismi integrati della vita e permettono di riconoscere la convenienza dell’andamento delle manifestazioni.

Il protocollo biopatografico comprende una porzione destinata ad annotare il significato centrifugo o centripeto della sintomatologia sia nel corso del trattamento che nelle fasi distanti da qualunque intervento terapeutico.

E’ sempre possibile evidenziare la logica esonerativa e centrifuga del succedersi della sintomatologia anche nel contesto dell’evoluzione della  cenestesi del paziente.

Un miglioramento del paziente si accompagna sempre ad un incremento in qualche modo della sua creatività.

Il ritorno dei sintomi ed il loro spostamento centrifugo, ma speculare in funzione del tempo, in direzione cranio-caudale e rispettando la gerarchia anatomofunzionale degli organi  non soltanto deve essere riconosciuto e valorizzato, ma permette di esprimersi con una sintesi evolutiva del movimento globale della persona che è rappresentabile simbolicamente con uno speen parallelo (orario, centrifugo, esonerativo, energeticamente positivo, favorevole ad un’evoluzione globale dell’individuo in termini migliorativi) oppure antiparallelo (antiorario, centripeto, lesionale, energeticamente negativo, sfavorevole all’evoluzione verso la  “guarigione”).

Il Dr. Kent per primo  rende sistematica l’osservazione dell’evoluzione dei sintomi ed individua l’importanza del miglioramento mentale anche in corso di aggravamento omeopatico successivo all’assunzione del simillimum.

Anche in questo caso, è soltanto il linguaggio che permette di accedere alla reale direzione dei sintomi, in quanto è addirittura il paziente, che pur patendo per l’acuirsi dei sintomi fisici, rassicura il medico sul fatto che “la direzione è giusta” poiché egli si sente meglio dentro.

Attraverso le dodici regole, Kent ci fa capire il senso dell’aggravamento omeopatico, i sistemi per riconoscerlo e per trarne rapidamente informazioni prognostiche, come identificare un risultato terapeutico che abbia soltanto valore palliativo, le interferenze di vario ordine che possono influenzare l’azione del rimedio, le ragioni dei limiti di alcuni risultati terapeutici, il rischio di particolari risposte idiosincrasiche essenzialmente ma non solo a rimedi somministrati a potenza troppo alta, perché alcuni sintomi che non erano stati considerati nella congruenza prescrittiva del rimedio possono giovarsi inaspettatamente della sua somministrazione e poi richiama la nostra attenzione sulla possibilità di evocare con il rimedio dei sintomi che il paziente non aveva mai espresso inducendoci così a rivedere il caso.

Ma proprio l’ultima osservazione del Kent è forse quella più importante perché si riferisce ad una soppressione dei sintomi operata con la prescrizione del rimedio.

In questo caso, i sintomi che molestavano il paziente sono scomparsi, ma purtroppo ne appaiono altri che interessano organi più nobili.

E’ questo un processo che procede in senso inverso a quello previsto dalla legge di guarigione.

In tal caso è assolutamente necessario antidotare con sollecitudine il rimedio e riprendere il caso completamente d’accapo.

Il paziente esprimerà, nonostante la scomparsa dei sintomi che lo preoccupavano,  una sensazione cenestetica negativa.

Se è vero che la Vis Medicatrix Naturae impera nel nostro organismo, è anche vero che lo stile utilizzato nello svolgimento della sua azione è assolutamente quello che appare evidente attraverso la direzione dei sintomi e che è stato sistematizzato con la legge di guarigione.

E’ anche vero che dovremmo abituarci a valorizzare, sapendolo utilizzare meglio, il linguaggio del paziente, senza stancarci mai di studiare la Materia Medica Pura e di verificarla quotidianamente nella pratica clinica.

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