Il genio delle epidemie

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Il genio delle epidemie

(Dedico questo studio ad una persona speciale, che riempie la mia vita, con la Sua semplice grandezza: TINA.)

 

Stendo lo sguardo sulle epidemie, che hanno raggelato la vita del Mondo.

L’Influenza spagnola che uccise un terzo della popolazione del pianeta nei quattro anni della prima guerra mondiale.

La peste nera del 1347, che innescò cambiamenti sociali così drammatici, da essere il punto fondamentale che ha originato il Rinascimento.

Le varie epidemie di colera.

Non è fuori luogo tener conto di tutte le altre epidemie, comprese, perché no, quelle che hanno colpito altre forme di vita, di qualunque genere.

Parliamo delle prime due storie.

E’ utile viaggiare attraverso i pochi dettagli che la storia ha lasciato alla memoria dei posteri.

L’influenza del 1918 fu chiamata impropriamente spagnola soltanto perché fu descritta per la prima volta dalla Spagna, che non ne censurò la notizia, contrariamente a quanto si faceva in tutto il Mondo, per non deprimere il morale.

La spagnola fiorì nel macabro scenario della guerra, che aveva consunto l’intera popolazione mondiale, gettandola nella fame, nella prostrazione, in un terreno già pieno di pellagra, per carenze alimentari gravi, denutrizione, sindromi da ipersonnìa, encefalite letargica, assenza di medici.

Gli eserciti consunti, uomini in trincea che morivano e venivano lasciati in mezzo agli escrementi, fra insetti e uccelli che approfittavano della situazione.

Il cataclisma della guerra non risparmiava niente e nessuno, mentre infuriava la scompaginazione più assoluta dell’evoluzione dell’essere umano.

Impossibile poter parlare di vincitori e vinti, per l’immane tragedia cha ha appiattito le sorti del Pianeta, riducendolo ad un enorme cimitero, senza speranze e senza talenti, in mezzo alla morte e alla disperazione.

Tutti sconfitti, sconfitti nella propria condizione di creature evolute del Pianeta, che non riescono più ad accedere a nessuno dei piani che caratterizzano il motivo per cui si intende come umano qualcosa di nobile e bello.

Lo stato d’animo generale era quello degli zombie, che camminano in mezzo alle macerie di qualunque ricordo degno di essere stato costruito e conservato.

Il quadro sintomatologico dell’influenza spagnola era di tale gravità da non lasciare praticamente scampo, paradossalmente proprio ai soggetti più giovani e precedentemente sani.

Le investigazioni scientifiche hanno puntato sui dettagli virologici degli agenti patogeni in gioco, sui possibili meccanismi alla base della creazione di forme virali con un’aggressività così alta.

La scienza, come spesso accade, in condizioni di tale genere, smonta la realtà, la spezzetta e la affida a mille esperti di ogni singolo frammento, che non si occupano di altro.

In questo modo, si apporta una mole enorme di osservazioni, ipotesi, ricostruzioni, che alimentano la divisione degli approcci.

Io, invece, amo sollevarmi e guardare il tutto da un veicolo che sorvola il Mondo e lo osserva nella sua totalità, studiandone anche il riverbero luminoso della più profonda interiorità.

Devo ammettere di essere molto fortunato, poiché, come tutti hanno sempre riconosciuto, la mia memoria prodigiosa mi consente di mantenere contemporaneamente presenti tutti i numerosi studi, di ogni genere, che ho condotto, nella mia vita, alla ricerca del modo migliore per osservare la realtà.

Lo stesso stato d’animo che i governi non volevano deprimere, nascondendo la verità sui dati sconcertanti della diffusione della malattia spagnola, era al centro delle molecole strutturali dei vissuti e del respiro globale di un Mondo impazzito per gli orrori della guerra.

Il livello di spossatezza che provavano le persone, in quel tempo, era una vera e propria antenna che, forse, raccoglieva le frequenze di morte e arrivava a proporle come l’unica via di scampo?

Il numero di vittime della malattia pareggiò quello dei caduti in guerra, cioè di venti milioni, moltiplicati per due, per tre, a seconda di altri dati che modificano la precisione delle stime.

Introduciamoci fra alcuni dettagli, per tentare di capire meglio.

La popolazione era stanca e affamata, debilitata per il terreno di povertà e disperazione in cui la guerra stessa si era materializzata, la tubercolosi, le malattie, la povertà, una terribile arretratezza culturale.

Questo era il vento nefasto che aleggiava su quella fetta di evoluzione possibile, in una delle epoche più maledette della storia della Terra.

La febbre della spagnola era talmente alta che non riusciva ad essere alimentata da corpi  già defedati dalle privazioni croniche. La febbre vuole energia.

I soggetti giovani, e quelli più sani, erano, comunque, i più forti, erano coloro che reagivano in modo più netto all’attacco della malattia, ma in questo tentativo disperato di guarigione avrebbero avuto bisogno di un carburante, la nutrizione, il cibo, che mancava da tempo. Quindi la morte.

I soggetti più anziani, forse più pronti, anche immunologicamente, per motivi di età, esibivano risposte  che riuscivano evidentemente a sortire un effetto protettivo senza bruciare quella vitalità residua, che i giovani non erano in grado di moderare nella risposta.

Un sottile equilibrio fra attacco del virus, resistenza dell’organismo, memoria immunologica e riserve di energia a disposizione, a fronte delle obiettive disponibilità di cibo.

Come la fiamma di una candela che arde troppo velocemente, senza essere rifornita di cera, mentre il destino completo della sua luce si compie.

I morti erano talmente tanti che non si sapeva come farli sparire, non bastavano i cimiteri, non si faceva in tempo a scavare le buche, si utilizzavano gli uomini che tornavano dai campi di battaglia, e li si metteva a scavare buche nei cimiteri per intere giornate, i parenti delle vittime della malattia, avevano paura di rimanere vicino ai loro cari, presto si ammalavano anch’essi, i medici che morivano, i racconti censurati dai mezzi di informazione, mentre la gente camminava in mezzo ai cadaveri, che attendevano di essere rimossi.

In fine, vietati i cortei funebri, vietate le campane, che accompagnavano le bare.

La paura mista col senso di follia, in tutte le case, in tutte le nazioni,  nessuna certezza sulle cause e nessuna cautela nota per evitare di ammalarsi.

Paure e superstizioni, che palesavano un rapporto disordinato con stracci di cultura metafisica e di castigazioni pseudo-cattoliche, per combattere le influenze maligne sull’umanità, ormai in preda all’estinzione, come un giudizio universale.

Tutto ciò ricorda il concetto omeopatico di miasma, un complesso di stìgmate che conducono informazioni di controllo sullo stile delle risposte della vita in diverse condizioni.

Oggi, meglio si parla della totalità psico-neuro-endocrino-immunologica, l’armonia oppure la disarmonia della vita nella sua interezza.

E’ giusto anche parlare di trasmissione trans-ideo-morfogenetica. Il ricordo dell’assurdo fra varie atmosfere che si avvicendano nella storia familiare ed epocale dell’umanità.

La guerra alimenta le bruttezze delle quali arriva a nutrirsi.

Quando l’energia vitale si stoppa in situazioni di infarto energetico, la vita abbandona la Terra.

Mi fa sorridere pensare ai commenti scientifici sui motivi dell’epidemia spagnola, se penso che, in quel tempo, montagne di cadaveri in putrefazione sono rimasti sotto i cieli, mentre uccelli migratori beccavano questi terreni di coltura e deponevano le nefandezze microbiologiche anche a migliaia di chilometri in bacini d’acqua, su alimenti, in ogni situazione, infettavano altri animali, mentre le vittime finali, gli uomini, circolavano sul Pianete a rinforzare la compattazione causale di un problema che, per ultimo, era di natura microbiologica.

Tutto ciò avveniva, prima di tutto, al fronte, sui campi di battaglia, nelle trincee e attorno ad esse: un vero e proprio laboratorio maledetto, che rappresentava l’origine di ogni stranezza microbiologica che potesse spadroneggiare nel Pianeta, ugualmente compromesso da ogni punto di vista.

Questa è la prova che parlare di malattie infettive non ha senso se non si parla dell’intero ambiente e della sua atmosfera, da ogni punto di vista.

Se qualcuno vuole approfittare per parlare dell’utilità dei vaccini, partendo da tali storie, andrebbe ammazzato.

Le epidemie sono una parte di rappresentazione dell’inconscio collettivo, nelle sue sottili ricadute all’interno del destino dell’umanità.

Le connotazioni microbiologiche, quelle infettivologiche, sono soltanto una piccola parte della storia della quale è possibile comprendere qualcosa, per poter cambiare qualcosa.

Ogni epidemia è legata ad un humus culturale, fatto di abitudini, situazioni che alimentano le cause, quali che esse siano, alla base della partenza dei meccanismi di malattia.

Concetti  interessanti per sintetizzare l’essenza del ruolo di un germe sono il suo ruolo potenziale, la patogenicità, e quello che riuscirà a sortire, la virulenza, sono dimensioni prospettiche, che si inseriscono nella logica immunologica, naturale e artificiale, solo in parte.

Affermo che, se le persone che contraevano la spagnola fossero state in condizioni di nutrizione e di armonia vitale ideali, sarebbero guarite in due giorni, se qualcuno non avesse dato loro la Tachipirina, avrebbero neutralizzato il virus con risposte energiche, che avrebbero potuto permettersi.

Attenzione, aggiungo anche che se gli orrori della guerra non avessero creato situazioni inverosimili, nessun virus letale avrebbe potuto crearsi per attaccare in modo “ultrainnovativo” e imprevedibile le memorie immunologiche storiche degli umani, in condizioni normali.

L’umanità è stata colta impreparata di fronte al bombardamento mortale di macchine virali che hanno elaborato stimoli ambientali abnormi, creando situazioni di malattia abnormi.

Adesso vi faccio rabbrividire: la prima guerra mondiale si è fermata perché è arrivata l’influenza spagnola.

Capito?

Le cause delle malattie non vanno mai studiate al di fuori del campo spontaneo in cui si configurano.

Il vero studio delle malattie, di ogni genere, anche quelle infettive, richiede culture straordinarie, doti di osservazione, di sintesi e di analisi, che sono appannaggio di pochi esseri umani, con qualità, direi, soprannaturali. Peccato che tutto ciò serva al Mondo.

Vorrei continuare con altre epidemie, per esempio la peste nera o peste bubbonica, che azzerò il 50% della popolazione europea nel periodo dal 1347, per tre anni, gettando nel baratro la vita cosciente, al cospetto dell’eternità negata, persino nella comprensione del suo stesso ultimo significato.

Anche in questo caso, cimiteri  che straripavano nelle città, fosse comuni, in cui gettare migliaia di corpi putrefatti, da coprire di terra, senza riuscire a fermare i topi che approfittavano di tale bottino di cibo.

Topi che dividevano un ruolo relazionale sia con la Yersinia pestis, l’agente patogeno della peste, che con le pulci, ma anche con l’essere umano, stratificato in classi sociali di pochi ricchissimi,  indolenti larve umane, che mai avevano mosso un dito, fra mille lussi resi possibili dal servizio di schiavi, servi, moltitudini di poveri esseri umani la cui vita era solo dedita a mantenere situazioni di enorme e cronico dolore e di ristrettezze economiche  e culturali, mentre le pulci dopo aver punto i topi infetti pungevano loro.

I ricchi non avrebbero mai potuto immaginare di essere travolti dal comune destino, da loro stessi creato e alimentato, a danno dei poveri.

Rifiuti diffusi per strada, escrementi, porcherie di ogni genere, frutto dell’indolenza dei capi della società, che hanno costruito il nascondiglio per la malattia, che poi si è scatenata.

L’attacco peggiore per una civiltà viene dalla sua ignoranza, dalla sua tribalità inconcludente, che mantiene situazioni di dolore inapprovabile, disconoscendone il senso.

Giunge il momento in cui l’ordine si impadronisce della macchina del tempo e genera la palingenesi, tramite vie orride, solo in apparenza, che servono a ripristinare la natura di un cammino più evoluto.

Brutali aggressioni, riti macabri, persecuzioni, scenari da inferno, in cui nessuno aveva scampo dal morbo e dalle sue inevitabili ricadute su ogni aspetto della vita umana.

Sembrerebbe che le avversità climatiche, causate dal freddo, abbiano reso difficile la vita dei troppi topi, invitando le pulci a volgere la propria attenzione all’uomo.

Però, l’uomo maggiormente esposto era quello lasciato povero dai ricchi.

I ricchi erano meno abituati all’universo immunogeno della sporcizia dei topi, quindi erano più impreparati a difendersi tramite immunità nei confronti della malattia.

E i ricchi morivano come topi!

Si pensava al contagio persino tramite sguardo ed altre fandonie, trasmesse dalle Lorenzin del tempo.

Confusione, terrore, disgusto, disordine, morte  e sciagura.

Cortei di così detti flagellanti che circolavano per città e villaggi, massacrandosi con fruste e attrezzi da tortura, per liberarsi dai peccati, anche se in questo modo si ammalavano di più e si offrivano in pasto alle pulci con maggiore facilità.

Nel loro percorso aggredivano, allo stesso modo, chiunque incontrassero per strada.

Moltitudini di persone torturate, perché confessassero di aver avvelenato le acque dei pozzi con la causa della malattia.

Gli ammalati venivano lasciati soli a morire per il terrore del contagio. Se avessero saputo che il contagio non era evitato dallo stare lontano da questi poverini, ma forse dal lavarsi le mani infette dai liquidi biologici dispersi dai bubboni cutanei che si rompevano!

La malattia, nella sua geniale intelligenza, aveva prevista una più rapida diffusione della Yersinia pestis, tramite rottura dei bubboni.

Le pulci si leccavano i baffi, in mezzo all’ignoranza più pazzesca della popolazione, che andava sostituita con una nuova popolazione, quella del Rinascimento, che seguirà.

Pensate che il fiume Rodano fu consacrato dal Papa, affinché vi fossero gettati i milioni di corpi in putrefazione delle vittime della malattia. I topi e chissà quanti altri animali si fregavano le zampette, per le leccornie!

Questo è il livello che l’umanità può arrivare a toccare, strisciando il fondo nella melma dell’egoismo e della stupidità più estreme, di cui l’uomo è capace.

Ma adesso viene il bello.

I ricchi rimanevano senza servi e manovalanza, non riuscivano a fare nulla, morivano anche senza ammalarsi, oltre a quelli che morivano come già spiegato.

Tutti morivano, metà dell’Europa scomparve, mentre i sopravvissuti non erano più disposti a dipendere dai ricchi con le vecchie regole.

Essi iniziarono a chiedere salari dignitosi, e i ricchi dovevano accettare, loro malgrado.

Presto lo scenario cambiò completamente, aprendo il cuore delle persone ad una forma di ricchezza che non avrebbero mai potuto immaginare: i sopravvissuti ereditavano le terre dei loro congiunti morti e divenivano capaci di alzare la testa e difendersi dalle angherie dei ricchi, viziati e privi di qualunque autonomia.

Nel contesto globale rinnovato dalla peste, i ricchi divennero poveri e impotenti, la base della piramide sociale medievale si capovolgeva.

Una nuova forza vitale si irradia dalle persone.

Si apre il Rinascimento, le arti, la creatività una nuova ricchezza alla portate di molte più persone, grazie alla peste.

Le persone erano molto meno propense ad accettare ordini.

Nuove opportunità per una nuova vita medievale, ricca e proiettata alla revisione dei rapporti fra le persone nel contesto della società.

Un monaco inglese, sopravvissuto alla malattia, scrisse tutto in un libro, lasciando alcune pagine bianche per il futuro dei sopravissuti.

Ed io scrivo in queste pagine, e dico che la situazione attuale dell’umanità non è dissimile, ma non dovremmo avere paura di malattie epidemiche infettive, bensì della ennesima trascuratezza con cui gli esseri umani si avvicinano al mistero della vita.

Tracotanza, speculazioni, la perdita del senso di fratellanza.

Questi sono gli scempi che ancora non hanno abbandonato la Terra, attendono una maturità adatta a garantire la vita, la giustizia,la libertà per tutti gli esseri umani, ma per anche tutto il resto, tutti gli altri animali, i minerali, l’ambiente, la Natura, il sogno del creato e dell’Universo intero.

 

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