Strada o non strada – Essere o non essere: questo è il problema (Eduardo Milillo, Nicola Paradiso, Salvatore Rainò)

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Strada o non strada – Essere o non essere: questo è il problema

Le righe che seguono sono il frutto dell’incontro di tre esseri umani che esprimono tre differenti posizioni in relazione ai fatti della vita, guardati dalla visuale del mondo della circolazione stradale, con tutte le dinamiche ad essa correlate.

La sensazione è di essere di fronte ad una vera e propria giungla di situazioni, così articolate, così complesse, così, per certi versi, impenetrabili, da sentirsi seriamente preoccupati nel riuscire ad estrarre   delle considerazioni finali che possano lasciare soddisfati di avere svolto un lavoro esaustivo e che, soprattutto, possano fornire elementi utili per modificare ogni meccanismo che possa  ravvisarsi come degno di essere cambiato, nell’interesse della Comunità e del benessere sociale collettivo.

Le strade individuali delle nostre vite: Eduardo Milillo, di anni sessanta, autotrasportatore di linee internazionali europee, proprietario di uno splendido “SCANIA R 560”, con semirimorchio frigo, per il trasporto di alimenti, cioè merci deperibili,  con quarant’anni di servizio sulle strade, per garantire che, come ha raccontato lui con la sua voce, le mamme, al mattino, recandosi nei supermercati, trovassero le merci che alimentano la nostra quotidianità (egli ha percorso circa dieci milioni di chilometri);   Nicola Paradiso, di anni 52, insegnante e istruttore di guida per Patenti A, B, C, D, E, CQC (patente professionale per autisti di Autotrasporti e  Autolinee), con trentuno anni di esperienza dal conseguimento dell’Abilitazione di Insegnante e Istruttore di Guida, per dare la Patente di guida a circa cinquemila conducenti di mezzi di vario genere; Salvatore Rainò, Medico e Ricercatore scientifico, esperto di fenomeni sociali e antropologici, autore di migliaia di articoli di vario genere e di parecchie decine di conferenze divulgative e scientifiche.

L’intento della nostra interazione è dettato dal cuore e nasce dall’esperienza, con l’unico fine di produrre una foto dinamica della realtà della strada.

Appare subito evidente che la così detta “Strada” probabilmente non esiste, in quanto è solo un modo di dire, quando parliamo del comportamento degli esseri umani alla guida di un veicolo: è come dire che non esiste la spiaggia, ma esistono gli esseri umani sulla spiaggia.

Suggestiva è l’inquadratura di Nicola Paradiso, che descrive, minuziosamente il mutare del panorama stradale, iniziando a raccontare gli episodi di cui narrava il suo papà, che faceva il suo stesso lavoro.

La circolazione stradale è diventata una realtà sempre più complessa, per l’immissione di una quantità di variabili illimitate, rispetto al passato. Basti pensare al numero dei mezzi (in una famiglia ci sono anche cinque veicoli), alla tipologia dei mezzi, motociclette, biciclette, podisti, mezzi pesanti in numero considerevole, a causa dell’indotto commerciale che sta dietro alla loro circolazione. Questi sono soltanto alcuni esempi, ma non dimentichiamo altre variabili, come l’uso del telefonino, che non si ferma entrando in macchina o ponendosi alla guida di un qualunque mezzo, anzi, direi si intensifica, perché la gente approfitta del fatto di essere alla guida per fare  e ricevere una serie di chiamate, che intridono la dimensione della conduzione di un mezzo di una serie di elementi nuovissimi per il genere umano, dedito ad un’attività ove la concentrazione e la polarizzazione dell’attenzione dovrebbero essere di primaria importanza.

La strada diventa come un palcoscenico, ove si riversano tutti i diagrammi di flusso di abitudini, automatismi, vizi, distorsioni, di ogni genere, per cui davvero si comprende perché sarebbe limitato continuare a parlare di Strada.

Il profilo di personalità dei ragazzi, se vogliamo parlare dei diciottenni, che accedono al delicato momento del conseguimento di competenze che li renderebbero idonei alla guida di un mezzo, appare completamente diverso da quello di soli venti anni fa. L’immissione, nel tessuto sociale quotidiano, di abitudini, di sostanze, che oggi rappresentano un nuovo tipo di codice, che non esisteva prima, si delinea come un vero e proprio mutamento inesorabile di qualunque parametro per valutare il comportamento di una persona.

Per esempio, consideriamo l’uso di sostanze tossicomanigene, soprattutto quelle così dette ricreative, che sono molto sottovalutate in termini di conseguenze sul comportamento delle persone, sia per l’uso acuto che per le modificazioni del profilo di personalità a lungo termine, ma, soprattutto, della qualità percettiva delle varie tipologie di realtà.

Le abitudini tese al consumo di orari notturni che alimentano le relazioni di amicizia e di lavoro e che si discostano da qualunque ritmo nictoemerale (giorno-notte) che la natura dell’evoluzione umana ha selezionato dalla notte dei tempi sino ad oggi. Siamo di fronte a “novità” praticamente recentissime, che pongono l’individuo in una situazione mai vista prima nella storia del genere umano.

La virtualità crescente delle attività preponderanti specie sino ai così detti diciotto anni di vita dei ragazzi, che arrivano alla guida di un mezzo, provenendo da un itinerario che li priva di esperienze psicomotorie “più naturali”, come il contatto con la natura, arrampicarsi su un albero, vivere la propria fisicità in una dimensione ben diversa dall’uso del computer e del telefonino per molte ore al giorno, per non parlare della Play Station.

Il perseguimento di livelli prestazionali artificiali, come quelli promessi, alimentati e non perseguiti dalla Legge, garantiti dall’uso di Energy drinks, gli “obblighi degli innumerevoli “18anni”, cioè dei festeggiamenti che conducono intere popolazioni giovanili sulle strade di notte, con un incremento massivo di tragedie per incidenti automobilistici notturni.

Il continuo adescamento dei giovani, proprio loro che devono iniziare a guidare un mezzo e devono spostarsi di più, catturati da codici comportamentali, ispirati alla competizione, alla sopravvalutazione delle proprie capacità, al beffeggiamento di ogni indicazione che alluda all’armonia delle relazioni sociali e dello scambio di informazioni tese alla condivisione degli spazi comuni, di cui, forse, la Strada rappresenta il principale prototipo.

Diventa difficilissimo essere istruttore di Guida, perché non basta, perché occorre sempre di più che questa nobilissima attività sia rivalutata nel suo intimo significato sociale, che è quello di immettere dei ragazzi sulle strade e farlo in modo che non perdano la vita, proprio nelle prime fasi di fioritura della stessa.

L’Istruttore di Guida è un vero e proprio Maestro di vita, non può essere altro, ma il contesto sociale non è consapevole sino in fondo di questa valenza. I genitori premono per far prendere la Patente il più presto possibile ai propri figli. Finiscono per intervenire negativamente nel delicato processo di formazione alla guida. Ecco perché Nicola Paradiso, molte volte, si trova costretto ad invitare i genitori a sedersi nei sedili  posteriori dell’auto di scuola guida, perché possano rendersi conto della inadeguatezza alla strada  dei ragazzi, che scalpitano per poter iniziare a guidare autonomamente!

Guidare un veicolo è la prima vera responsabilità seria di una persona nel nostro contesto sociale così come è organizzato e come esso si svolge.

Dice Nicola Paradiso che questi ragazzi si trovano a fare un salto troppo grande e improvviso da una dimensione abbastanza virtuale ad una dimensione che non perdona. Per di più, non dimentichiamo che i videogiochi propongono stili di guida e comportamenti che sarebbero, di fatto, mortali nella realtà e che, invece, impregnano i giovani di una percezione illusoria spaziotemporale della valutazione dei pericoli  e delle conseguenze del proprio discernimento. Anche i “bravi ragazzi” non sono immuni da tali deformazioni psicofisiche, che inducono situazioni alla base degli incidenti più penosi e dei lutti più nefasti.

Il comportamento alla guida di un mezzo pone il giovane nella necessità   di acquisire un vero e proprio nuovo “linguaggio”. Basti pensare che l’essere umano non è, per sua natura, abituato allo scorrere del tempo e alla percezione degli spazi, così come avviene, passando da uno stile pedonale a quello di un conducente di qualunque mezzo.   Vorrei dire anche che, paradossalmente, l’uso della bicicletta, che potrebbe preparare il ragazzo alla dimensione della guida di un veicolo motorizzato, è appannaggio di individui di una certa età, e non diffusamente dei ragazzini.

Quindi,  manca la formazione dei bambini e dei ragazzi al senso della circolazione stradale, tanto è che, all’uscita delle scuole, essi hanno condotte talmente assurde, per strada, che solo la cautela straordinaria dei conducenti può risparmiarli da investimenti altrimenti obbligatori.  Come dice Nicola Paradiso: “prima di essere bravi conducenti, bisogna essere bravi pedoni”, ma anche almeno bravi ciclisti.

Un aspetto nevralgico è la conquista di una comportamentalità nuova del ragazzo alla guida del mezzo, egli deve imparare anche tutto quello che non gli è stato insegnato per avere la possibilità di esprimere a pieno le facoltà che sono indispensabili per la corretta esecuzione di una miriade di “operazioni” che sono alla base della “sopravvivenza stradale”.

Il trasferimento dell’esperienza di guida da parte dell’Insegnante è un processo necessariamente lento e complesso, lungi dal falso luogo comune che proietta una immagine aleatoria del “prendere la patente”, che significa far muovere un mezzo, in un modo che, quasi mai, corrisponde al governarlo.

Abbiamo una enorme responsabilità nel porre i nostri figli sulla strada, alle condizioni che oggi sono, molto superficialmente, ritenute essere la norma.

Io direi che tutto quello che si verifica alla guida di un mezzo si nota molto di più. E veniamo all’esperienza di Eduardo Milillo, che, come abbiamo detto, conduce un mezzo tra i più appariscenti sulla strada.

E’ gradevole sentirlo raccontare tante delle sue esperienze, ma  è anche drammatico ascoltare le sue considerazioni  in relazione ad un panorama infinito di contraddizioni, che si creano alla guida di questi mezzi pesanti che, a seconda della nazione considerata,   vedono anche una variabilità incomprensibile, a fronte del fatto che le situazioni sono identiche, ma arriva  anche ad essere opposto il modo di gestirle.

Per esempio, egli puntualizza che, in Svizzera, è vietata la circolazione notturna dei mezzi pesanti dalle 22.00 alle 06.00, fatto che crea una situazione di enorme differenza rispetto ad altri Stati europei. Infatti, la circolazione notturna dei mezzi pesanti è, verosimilmente, uno dei più grossi problemi delle nostre strade e della dimensione importantissima del trasporto delle merci.

Eduardo Milillo, proseguendo, puntualizza, e mi trova d’accordissimo, che il riposo notturno è cosa ben diversa da quello forzato diurno, che genera piuttosto un clima di tensione, ansia e vessazione degli autotrasportatori, che, invece, meriterebbero, per l’importanza sociale del loro ruolo, una particolare attenzione ed un grande rispetto da parte di tutti noi.

Inoltre, egli aggiunge che il fatto di caricare le merci dai siti di fornitura, nelle ore serali, determina l’inizio della loro attività alle porte della notte, fatto che risulta, intrinsecamente, controproducente per ragioni di ovvia logica, dato che le persone, come già detto, con il calare della notte, propendono, per ritmi naturali circadiani, al riposo. Ma consideriamo anche le caratteristiche infide della notte, in relazione alla visibilità e all’acuità percettiva, che, nel complesso, configurano un vespaio anche molto grave per la sicurezza degli utilizzatori delle strade.

Come  se non bastasse, è d’obbligo citare le costrizioni nell’organizzazione degli orari alla guida, in alternanza alle fasi di pausa, dato che, a fronte del misconoscimento assoluto del pericolo della guida notturna, si impongono sanzioni assurde ed umilianti, anche per lievissimi difformità di orario nella scansione dei ritmi diurni, che, fisiologicamente, sarebbero gravati da un rischio assolutamente minore.

Personalmente, avendo guidato per un numero di chilometri considerevole, anche se ridicolo rispetto a quello di Eduardo Milillo, ho selezionato con cura l’abitudine di evitare, “ad ogni costo”, di viaggiare di notte.

Per ultimo, vorrei ricordare la mia Denuncia alla Procura della Repubblica, ove ravviso l’inutilità, la pericolosità della svista e la camuffata vessazione, intrisa di valenze criminali, che alimentano la sin troppo scontata cultura imposta dei limiti di velocità , in assenza di qualunque altra attenzione sui reali e fondamentali meccanismi, che sono alla base di aberrazioni comportamentali sulla strada, compresa la velocità.

In conclusione, la strada è lo scenario in cui convergono anomalie educative, vuoti di formazione a livello umano e sociale, che si configurano solo apparentemente come fenomeni della strada, ma che, in effetti, con la strada non c’entrano nulla,  se non per il fatto che l’esito finale di tutto ciò che non funziona finisce ineluttabilmente sulla strada.

Guidare un mezzo è una questione di intelligenza, addestramento, ma soprattutto di amore e valori di quelli che servono alla riuscita di qualunque operazione umana!

Eduardo Milillo

Nicola Paradiso

Salvatore Rainò

 

1 COMMENTO

  1. Cari amici, negli ultimi anni, ho notato un modo anomalo di guidare della gente. Sembra come se ognuno vivesse per i fatti propri senza dover rispettare gli altri. Io ho una grande paura, quando viaggio, sia di giorno che di sera, da non stare proprio tranquilla in macchina. Li vedo tutti sbandati, oppure che ti piombano addosso da un momento all’altro. Preferisco rinunciare a tutte queste torture, restare a casa. Bravi! Siete stati degli ottimi narratori di storie importanti, spesso sottovalutate!

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