Bilancio – II parte

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II parte  –  Mi sento ridicolo 

Possiamo sentirci ridicoli anche quando abbiamo il coraggio di sfidare le abitudini (Salvatore Rainò)

Mi sento in qualche modo ridicolo a parlare di alcuni argomenti.

Se osserviamo la storia del mondo, possiamo capire che il progresso delle conoscenze è balzato diverse volte in avanti attraverso il capovolgimento traumatico dello status quo contemporaneo.

Il problema è che, per chi vive in quel momento, è molto difficile avere una visione asettica e priva di pregiudizi. Ciò accade soprattutto in buona fede. Voglio dire che non penso che si tratti soltanto di cattiveria quando non si vogliono riconoscere le evidenze di alcuni fatti.

Cerco di spiegare un poco: ineluttabilmente ogni individuo non può non utilizzare gli schemi che ha acquisito per vivere ed elaborare la ragione dei suoi vari vissuti. Questi schemi si organizzano in uno spirito di gruppo e finiscono per essere le garanzie di “qualità” del vivere stesso (anche quando assolutamente non lo sono).

Per esempio, se una persona, quando ha il mal di testa, è abituata all’idea che, assumendo un analgesico, il mal di testa sparisce, sarà difficile che tale criterio di efficacia possa essere messo in discussione.

Si potrebbe invocare qualche effetto collaterale, per tentare di avviare uno schema di comprensione differente da quello utilizzato. Però facilmente ci sarà chi, alludendo ad altre situazioni in cui dovremmo rassegnarci a subire l’azione molesta di qualcosa, sminuirà l’importanza degli effetti collaterali e riporterà l’abitudine in trono.

L’uso dell’abitudine è poi consolidato dalla fretta con cui si vive e dall’impegno stesso che l’agire comporta e che impedisce di considerare comportamenti alternativi.

Per esempio, se stiamo affettando del prosciutto e ci mettiamo tutto il nostro impegno, e qualcuno contemporaneamente ci vuole spiegare che si può fare in un modo diverso, probabilmente non solo non riusciremo ad ascoltarlo, ma risulteremo anche disturbati da ciò, anzi potremmo anche perdere proprio la pazienza e reagire male.

Non vogliamo essere disturbati mentre stiamo facendo qualcosa. E’ questo il punto: un signore ci urla e ci vuole dire qualcosa, ma noi glielo impediamo o deleghiamo qualcuno per impedirglielo; quando poi ci accorgiamo che la nostra automobile è stata portata via dal carro-attrezzi, ci chiediamo perché nessuno ci ha avvisato! Sta di fatto che il signore che urlava voleva avvisarci appunto di ciò.

Insomma, specie quando si è in gruppo, gli aspetti alternativi vengono presi per divergenze irriverenti o azioni di disturbo ed in quanto tali sono bocciati a priori, avallando troppo facilmente espressioni trovate qua e là che dequalificano e bloccano il messaggio di ciò invece bisognerebbe comprendere.

Esisterà allora un livello idoneo in cui l’apporto del messaggio alternativo potrebbe giungere a buon fine? Dall’esperienza comune risulta che le resistenze a comprendere diminuiscono fortemente quando una persona è avvicinata da sola. Non perché risulti più facile sopraffarla, ma al contrario perché questa persona, non guardando fuori di sé, essendo volta di più al suo interno, è disposta a fare silenzio e può quindi capire ciò che non capirebbe se glielo diciamo in pubblico.

Molti, anche se capiscono di essere in errore, non vogliono che glielo si faccia notare davanti ad altri, preferiscono accorgersene da soli, ma talvolta possono sopportare che una sola altra persona, in privato possa farglielo notare.

I nostri schemi culturali, specie quelli scolastici conducono a considerare la dimostrazione del nostro errore come un giudizio negativo, un rimprovero. Ma, se per non creare disagio, bisogna avallare tutti gli errori, dove finisce la verità? Dove finisce il senso della vita stessa che è continuo miglioramento e superamento consapevole dei propri limiti?

In altre occasioni ho già detto che le abitudini accontentano tutti quando sono insieme e nessuno quando è da solo. Significa che aumenta parecchio la possibilità di accorgersi del proprio reale pensiero quando si è soli.

Questo modello etologico è così forte che nemmeno un cane accetta facilmente di essere rimproverato di fronte a molte persone. Evidentemente vi è qualcosa che ha che fare con l’idea della propria immagine sociale.

La vergogna potrebbe essere un ottimo meccanismo di evoluzione se capissimo bene che “il giudizio del giudizio altrui” è sterile se non ci riconosciamo tutti sullo stesso piano della nostra dignità di persona.

Sto parlando a lungo di tali aspetti, perché penso che il diniego alla medicina omeopatica affondi le radici in un meccanismo che di un sano ragionamento intellettuale non ha nulla.

Le opposizioni sono sempre più obsolete nel contesto del panorama scientifico che supporta il principio omeopatico in ogni modo e da tutte le parti.

Eppure è ancora frequente la detrazione, lo scherno, la cecità di fronte ad uno dei più validi cammini di scienza per riscattare il destino dell’umanità.

E’ strano…ora mi sento di nuovo ridicolo! Già, perché un certo modo di esercitare la violenza, che tutti abbiamo imparato a temere, ci toglie le speranze e ci fa alzare le braccia quando l’accusatore organizza meglio le sue armi. E’ come litigare, essere stanchi di farlo, aver tentato di tutto per non farlo, ad un certo punto ritirarsi  e contemporaneamente sorridere esprimendo la propria rassegnazione a vantare qualunque ragione, tanto è inutile…tanto gli altri….mentre osservano già stanno ridendo di noi.

Questa scena è quella di Leonida di Sparta nella battaglia delle Termopili.

Ho visto molte persone morire di ignoranza perché ignoravano di morire  (Salvatore Rainò).

Eppure queste persone credevano spesso di avere ragione.

Anche un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno

( Hermann Hesse).

Ed offre argomenti per far convincere qualcuno di avere ragione.

Bisogna lasciare la ragione agli altri perché questo li consola di non avere altro (André Gide).

Il problema è capire se almeno se ne accorgeranno.

La fantasia è tanto più robusta quanto più debole è il raziocinio  (Giambattista Vico).

Facilmente chi ha interamente torto lo sa soltanto a metà. 

Qualche aforisma, solo un esempio, per aiutarci a capire che l’argomento ha interessato non poco ma tante persone.

Insomma questa storia dell’omeopatia è una bella frittata e molti vogliono girarla e rigirarla come vogliono loro. Però, l’omeopatia è un fatto.

Ogni persona, nel nostro sistema basato sulla democrazia, ha il diritto  di essere quello che vuole: il macellaio deve fare il macellaio, lo stesso il fruttivendolo, il medico deve fare il medico. Ed il medico omeopata può fare il medico?  Risposta: non più, quando, appunto, è diventato omeopata.

Il paziente, ahimè,  deve fare il paziente, a tempo pieno o part-time. Questo ruolo, che può toccare ad ognuno di noi, riceve grande attenzione da tutti, forse perché tutti sanno che possono incarnarlo da un momento all’altro.

La Sanità è probabilmente il fiore all’occhiello di un paese civile. Le corporazioni politiche, amministrative, burocratiche prestano attenzione a tutti i problemi di salute e molti fondi vengono impiegati anche per malattie molto rare. Sembra però che essere un paziente che si cura con l’omeopatia sia una malattia talmente rara da non meritare attenzione. Però sono milioni i pazienti che esprimono maturamente la volontà di servirsi della medicina omeopatica. I conti non tornano: che cosa disturba dell’omeopatia?

Non capisco perché le guarigioni omeopatiche vengano prese come vagheggiamenti degni di essere considerati disturbi psichiatrici. Si invoca la suggestione, la creduloneria, il placebo, ma non si vuole fermarsi a considerare con attenzione e rispetto la realtà del discorso, i fatti.

La frase più ripetuta del mondo è:”l’omeopatia non ha prove scientifiche d’efficacia”. Però l’omeopatia è supportata da una mole gigantesca di lavori scientifici e, molto importante, specie provenienti da altri settori della scienza che non sono la medicina e che afferiscono ormai sempre più imperiosamente nella memoria dell’acqua. Io penso che, oggi, esporsi ad essere un detrattore dell’omeopatia sia una delle manovre più difficili da sostenere e portare avanti, quanto destinate ad un certo fallimento.

Eppure il mondo rema contro l’omeopatia, gli utilizzatori non insorgono, i medici non insorgono, pur essendo più che diffusa una sia pur vaga consapevolezza che i medici ed il loro modo comune di fare medicina non siano poi fonte di chi sa quale grande salute.

Negli studi di farmacologia sono incastonate delle nozioni che pongono in massimo risalto il senso dell’omeopatia, ma quasi nessuno lo sa.

Bisogna chiedersi a che cosa serve il paradigma omeopatico. Risposta: esso serve a rendere ragione del fatto che la ragione muore quando nasce il pregiudizio.

Un fatto tecnico. Quando a qualunque sistema biologico viene somministrata una sostanza, il sistema fornisce una risposta di tipo farmacologico. Vuol dire che, inizialmente la sostanza svolge l’azione auspicata, poi, con la ripetizione, l’azione desiderata si attenua e col tempo, perseverando, si trasforma nel suo contrario, rendendo l’idea del controllo dei sintomi molesti un vero e proprio placebo. Il corrispettivo di tutto ciò è la valle di lacrime in cui viviamo, che comunque viene normalmente spacciata come un paradiso in terra (anche se tutti muoiono di cancro), dopo aver condotto un’esistenza grama da tutti i punti di vista.

Netta contrapposizione: il rimedio omeopatico. Diluire e dinamizzare una sostanza, inculcandone una sua singolare memoria nel veicolo acquoso utilizzato per il suo allestimento, consente di ottenere un mezzo che, qualora somministrato ad un sistema biologico, non evoca il primo tipo di risposta ottenuto con un farmaco, ma rappresenta unicamente uno stimolo paragonabile nel suo significato alla seconda fase della risposta farmacologica. Tale stimolo non è tossico e rappresenta una valida opportunità per la vita di attuare un livello di omeostasi perduta in modo sicuro, autonomo e specialmente non fuorviante.

Infatti, l’abitudine ai rimedi omeopatici è ben diversa da quella ai farmaci: la prima rinforza ed ottimizza la salute, la vitalità e l’armonia – la seconda infiacchisce la nostra reattività, la devia e ci rende convinti che la farmacoterapia sia indispensabile per stare bene, mentre peggioriamo sempre di più.

Da questa posizione iniziale, per dicotomia progressiva, si raggiungono tutte le nefandezze più estreme che di fatto caratterizzano il nostro normale vivere quotidiano con l’optional finale delle malattie più dolorose ed invalidanti fino alla morte…., per evitare la quale molto presto inventeranno un nuovo farmaco miracoloso!

Esiste un solo sistema per  porre fine ai dilemmi, e specialmente alle detrazioni fin troppo gratuite.

Occorre che le persone interessate ad una reale qualità della vita, perché informate e colte, sia gli agonisti professionali che gli utilizzatori dei sistemi, decidano di scendere in campo, chiedendo agli amministratori di non ignorare le istanze così dette alternative.

Il sistema sociale dovrà farsi carico di fornire le stesse opportunità che hanno i medici “normali” anche ai loro colleghi “strampalati” con tutto il loro codazzo di pazzi squinternati che li seguono con discernimento e fiducia.

Tutto ciò merita rispetto e pari trattamenti, nella peggiore delle ipotesi per rispettare una condizione mentale di malattia che comunque esiste ed è molto meno rara di tante malattie che ricevono fondi di ogni genere.

I soggetti interessati si dovranno assumere la responsabilità di sollevare i medici dai soliti e prevedibili meccanismi di massacro penale che arriverebbero puntuali, anche dopo miliardi di guarigioni interessanti!

Insomma le scelte devono essere responsabili, informate e soprattutto tutelate da chi garantisce la libertà di scelta. Esattamente il contrario di ciò accade normalmente. Basta con i roghi alle streghe, Giordano Bruno ci guarda dall’alto.

Esiste sicuramente un sistema per tutelare la giustizia e la verità, anche a costo di sacrificare qualche interesse privato che rema contro.

Altrimenti che cosa facciamo? Vogliamo tornare alla schiavitù, ai neri che non potevano entrare nei bar mentre l’accesso era consentito ai cani?

Introdurre l’omeopatia, seriamente, nel sistema sanitario nazionale è un fatto di civiltà, di evoluzione, di reale progresso…e che gli avvocati ed anche i giudici si documentino meglio.

Gli strumenti culturali per sostenere tutto ciò ci sono e non hanno bisogno di essere avallati dagli ignoranti, piuttosto di essere promulgati con onestà, efficacia, chiarezza da chi sa di che cosa si parla.

Purtroppo, fra gli omeopati, a causa dello sconforto e della paura di meschine ripercussioni, regna una certa rassegnazione a tutte le malefatte che puntualmente da diversi fronti vengono ordite a danno della pratica che essi dicono di rappresentare.

Così, spesso si mescola il sacro col profano  e vengono fuori atteggiamenti di comodo, di compromesso. Una linea netta e definita come l’omeopatia ha bisogno oggi più che mai di molta chiarezza e coerenza, nonché di quell’impulso volitivo senza il quale l’azione risulta fiacca ed incapace di realizzarsi.

Può sembrare una contraddizione!

Personalmente non ritengo che l’omeopatia avrà un futuro, nel senso che probabilmente continuerà ad essere avversata, messa in discussione e ridicolizzata. Però sono convinto che le evidenze scientifiche che la sostengono e la rendono sempre più comprensibile stiano aumentando talmente tanto in modo esponenziale, che il problema non sia davvero più quello di fornire prove per l’efficacia omeopatica, bensì di iniziare a chiedersi quanto valga la pena di continuare a rallentare  un processo che spontaneamente tende alla sua affermazione.

Il futuro però potrebbe avere un’omeopatia, nella misura in cui gruppi di persone sempre più ampi ed organizzati trovino la lucidità per spiegare la convenienza di tale slittamento verso piani innovativi per il sistema sociale in toto, la salute pubblica ed individuale, il benessere dell’economia, ma soprattutto la reidentificazione del potere simbolico con il potere contingente all’interno dei corporativismi politico-finanziari.

In poche parole, anche se per assurdo fosse vero che poche persone al mondo si stiano impegnando per soggiogare il resto dell’umanità, sinceramente sono convinto che si potrebbe sempre trovare molta soddisfazione imperando mentre si determina prosperità e salute per tutti.

Riconoscere che l’omeopatia non ha nulla di pericoloso né per la salute né per il sistema globale significherebbe contribuire ad uno dei momenti più importanti della storia del mondo, consentendo la riorganizzazione del puzzle in un modo talmente positivo da essere conveniente per tutti.

Quando invece anche l’industria omeopatica adotta gli stessi meccanismi di comodo che un certo modo di fare industria ha reso ormai chiari in tutta la loro negatività, si crea confusione e si alimenta un tipo di dinamica che potrebbe e dovrebbe essere superata.

Il riscatto dell’omeopatia dovrà passare dall’apertura reale del cuore ai problemi del mondo visti secondo il terzo millennio, attraverso l’integrazione della ricerca scientifica che sostiene le letture più avanzate della biologia (memoria dell’acqua, network elettromagnetico degli organismi, legge della similitudine etc.) anche, se non soprattutto, all’interno dei gruppi aziendali omeopatici, che invece stanno ripiegando in un mantenimento del loro status quo di comodo ispirato di più alla conservazione di un profitto economico che al reale prosieguo dell’omeopatia e delle conoscenze scientifiche che la rendono possibile.

Una menzione particolare vorrei fare all’importanza dell’essere pronti al cambiamento del mondo. Un giorno, anche l’omeopatia sarà una tappa superata, ma è necessario consumarne pienamente il suo tempo (cosa che ancora non si è riusciti a fare). Infatti rallentare questa tappa significa compromettere il normale fluire del sentire comune verso stadi più evoluti del vivere e dell’intendere il binomio salute-malattia.

Al mondo manca spesso la percezione di questa dimensione comunitaria del destino dell’uomo nell’Universo. L’astronomia studia le stelle, i pianeti e le loro traiettorie, ma non bisogna mai dimenticare che il soggetto di questi studi è l’uomo, l’uomo che osserva, l’uomo che rispecchia la grandezza dell’Universo, alla ricerca del mistero persino della propria ombra. L’humanitas rappresenta l’acme dell’evoluzione, ma l’eccellenza di cui può esser capace ha bisogno di svilupparsi secondo le leggi della natura.

Uno strano tipo di benessere si è letteralmente impadronito dell’umanità, un benessere inutile e molesto per la vera e l’unica forma di benessere che si chiama armonia dell’individuo e della società.

Gli individui non sono posti in condizioni di riconoscere i nessi causali fra errori di comportamento e qualità della vita. Ciò genera comportamenti ancora più incongrui che alimentano solo un macabro commercio di competenze funeree a vari livelli.

Si perseguono le droghe e l’alcool e si lascia indisturbato l’uso di sostanze che, dietro le mentite spoglie di  innocue consumazioni tra lo sportivo ed il faceto, annichiliscono completamente il senso della misura e la percezione dei propri limiti. Non ci si chiede il perché di tanti incidenti e si continua, come tanti deficienti, a perseguire soltanto l’eccesso di velocità fine a sé stesso, senza rendersi conto che così non si salvano le vite, ma si salvano le casse degli esattori (che non hanno certo a cuore il benessere della comunità).

Mi si creda, non ho nessuna intenzione di sfondare un muro di cemento armato, ma sono pronto a dare il mio contributo per migliorare il pianeta e le sorti della vita, soltanto qualora l’utilità del mio lavoro sia riconosciuta e richiesta.

Troppe energie vengono impiegate per ottenere un risultato prefissato, tutto ciò è molto occidentale. Dovremmo imparare ad osservare in silenzio che cosa e chi c’è in mezzo a noi che da anni si prepara ad essere utile senza protagonismi e sgomitamenti. Quando la società conferirà il potere nel riconoscimento dei meriti, vivremo una nuova era della mutua cooperazione al servizio della collettività.

Il senso della vita umana è questo, il vero potere, l’unico modo per rimanere sempre vivi attraverso il susseguirsi dei tempi e dei popoli.

 

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