Pagato o non pagato?

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Pagato o non pagato?

Voglio parlare oggi del valore dell’uomo, il valore della vita, il valore del diritto a scommettere, il valore del valore che diamo alle cose.
Stamane ero in un bar ove da qualche giorno mi reco piacevolmente a fare colazione. Questo bar e’ a Milano, in una citta’ lontana mille chilometri da “casa mia”, in un momento della mia vita in cui sono impegnato in un’ennesima trasferta, di quelle che da tanti anni devo sostenere perché ho la responsabilità di dare all’umanità una nuova opportunità per crescere ed evolversi. La colazione è un momento importante del giorno, in cui incorporiamo qualcosa della vita nel momento in cui apriamo i nostri petali al mistero della giornata.
In un prato fiorito in mezzo alle colline, quante volte mi sono disteso per sentirmi piccolo piccolo e guardare le cose dal basso, come se fossi una formichina ed abitassi in quel mondo fatto di fili d’erba e di profumi freschi di rugiada  al mattino.
Chi ci offre la colazione al bar ha anch’egli una bella responsabilità: incontrare il bisogno di accoglienza che il viandante cerca nella sosta, come se la sua mamma gli offrisse il calore di una tazza al mattino, prima di uscire di casa. Alcuni ristoranti hanno la cura di scaldare i piatti che posano in tavola, affinché il cliente possa vivere l’emozione rassicurante della percezione tattile che ne deriva. È come la tazzina calda al bar, come il bicchierino freddo per la vodka: sono tutte modalità aggiunte che non danno e non tolgono nulla alla qualità indispensabile dell’atto, ma servono a trasmettere un segnale di attenzione da parte di qualcuno. Caldo o freddo che sia, si tratta sempre di calore, perché esiste per il solo amore con cui possiamo scegliere di fare le cose.
Non solo il calore del piatto, non solo la qualità delle componenti di un cibo, non solo la materia, ma l’essenza progettuale che informa ogni cosa che esiste sia in natura che in quel piano più avanzato che non chiamiamo natura, ma che dipende dalle nostre nature.
Le modalità interattive fra gli esseri viventi sono tutte basate su tali sfumature percettive che firmano la qualità finale dei gesti e ne determinano l’efficacia.
Un concerto di atmosfere che s’inerpicano lungo lo stelo della nostra esistenza, in ogni momento e in ogni luogo.
Il tempo inesorabile solca la mia anima attraverso le esperienze dell’incontro con gli altri.
Quando, al bar, ho chiesto dei bicchieri d’acqua, per me e per i miei amici, la ragazza che serviva ha chiesto:”Pagati o non pagati?”
Ho provato un’immediata sensazione di imbarazzo e mi si è raggelata quella fluidità con cui stavo iniziando una giornata che, come molte altre, dedico agli Altri.
Nelle precedenti mattine, in quel bar, avevo preso uno splendido cappuccino, un cornetto ed un bicchiere di acqua di fonte…e tutto era andato bene.
I clienti prendono le loro cose e si siedono ai piccoli tavolini antistanti e, mentre la macchina da caffè fuma e spumeggia, gli occhi di chi gusta uno spicchio di poesia della vita guardano persi nell’aria e si preparano al resto della giornata, senza nemmeno sapere se quella giornata fosse mai l’ultima della vita.
Impossibile capire quale sia il senso delle esperienze per ognuno di noi, ma quel “pagato o non pagato” ha lasciato il segno, una specie di ghigno non voluto che isterilisce la qualità percettiva dell’esperienza globale.
Mi chiedo se fare leggere queste righe alla ragazza del bar, forse proverà imbarazzo anche lei, forse diverso qualitativamente dal mio, da quello che lei ha generato in me. Eppure tutto ciò è perso fra miliardi di momenti infiniti in cui la giornata scorre nel suo letto grinzoso di pietre e di mulinelli d’acqua fresca che riflette l’azzurro del cielo.
Un grande cielo che ci guarda assieme come se fossimo tanti bambini che giocano nel prato fiorito di cui ho già parlato. Pagato o non pagato: non si poteva scegliere peggior modalità interattiva per uno dei migliori momenti della nostra giornata.
Non esiste il silenzio ove il suono è lo stesso silenzio, non occorre ascoltare nulla se non preesiste il silenzio che apra le porte al suono.
Eppure la ragazza ha espresso in una sintesi efficacissima una lunga serie di regole depositate nei codici che ormai regolamentano lo stile abituale del vivere sociale. Sono io forse che sto perdendo tempo nel considerare un dettaglio insignificante della nostra normalità?
Eppure dedico l’inutilità del mio discorrere all’utilità del senso delle espressioni e dei gesti, ove occorra chiedersi il senso di quel piatto caldo che alcuni ristoratori si curano di far trovare ai loro clienti. Quanto alla tazzina calda, mi auguro che nessuno mai chieda se è pagata o non pagata.
Uscito dal bar, corsa in metropolitana verso un fermata che non è stata solo una fermata logistica, ma è stata soprattutto una fermata gradevole dell’ampia mia vita. Mentre emergevo dall’underground, una sinfonia travolgente e maestosa volteggiava per l’aria e s’infilava con le correnti d’aria anche nelle gallerie della metropolitana.
Si è insinuata nella mia curiosa attenzione, quando ho visto da dove proveniva: cinque musicisti di strada con tratti boliviani suonavano vari strumenti, gli occhi neri e brillanti, luccicanti come lo scintillio delle corde dei loro strumenti vibrate al tocco della sensibilità esponenziale di quegli esseri umani che, per strada, nell’improvvisazione più audace e nella precarietà più ardita, veicolavano musica che proveniva dritta dall’Universo ed era volta all’anima degli umani che il vento della vita ha posato come foglie d’autunno su quel marciapiedi.  Pagato o non pagato?
Ho preso ben dieci euro, due carte da cinque euro, e le ho posate nel fodero di un violino che accoglieva qualche monetina, mentre guardavo gli amici che suonavano e che mi guardavano strabiliati.
Altre persone mi hanno guardato, un veloce scambio di sguardi, una specie di folata di vento fresco sulle lacrime affacciatesi agli occhi.
Un altro signore ha tirato fuori dieci euro e li ha posati  nel lettuccio di quel violino e poi un a donna ha posato altri dieci euro. I musicisti suonavano, le persone passavano da una parte all’altra, con i loro ombrelli semiaperti e con le sciarpette da barone rosso, ognuno con il suo lavoro da fare, con l’orario da rispettare e la coincidenza da prendere al volo.
Per me, e per altre persone li’ presenti in quel momento ed in quel luogo, la vita ha ordito una singolare coincidenza, il valore dell’uomo e del suo respiro, la magia della scommessa, il valore che possiamo saper riconoscere al valore di ogni cosa.
L’esempio di come reagiamo alla dignità degli altri può risvegliare in altri ancora un’esigenza  di fare lo stesso.
Un miracolo, una magia, il fascino dell’inconsueto, il senso della coincidenza ove germina il seme di una forma di solidarietà che, anche quando lo dimentichiamo, ci lega tutti indissolubilmente al destino di doverci riconoscere, apprezzare e rispettare. Pagato o non pagato?
Semplicemente già saldato, a termine di quel contratto sacro che ognuno di noi fa con la vita, quando sceglie di venire al mondo.
Ognuno di noi vale per quello che vale soltanto se riesce ad accorgersi del grande progetto che la Fortuna ha per ognuno di noi. Non possiamo nascondere la faccia dietro ad altri.
Milano, 11/aprile/2013.

1 COMMENTO

  1. bellissime parole che riescono a scorgere, nelle solite mattine di routine, momenti unici, descrivendoli benissimo, momenti ai quali normalmente quasi mai badiamo.

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